Da Roma a Tokyo, dalle chiese della verità assoluta al Meiji Jingu del sacro e profano

di Marta Marinelli — 17 novembre 2010

Tre, due, uno. Scatta il verde. Esplode lo scontro del non contatto, la lotta per la conservazione del proprio tragitto tra le migliaia di portatori di rotte, tra la moltitudine di percorsi possibili. Siamo all’incrocio del Jingu Mae, è la domenica di Tokyo. Trasferisce le folle dagli uffici alle strade, più che agli stadi, le attese frenetiche dalle banchine ai bordi dei marciapiedi. Come una delle decine di linee urbane della città, mi libero dalla matassa di traiettorie che su questo incrocio quotidianamente si descrivono, poi subito si perdono, per camminare fino al mio capolinea, fino al cuore silenzioso di questa megalopoli di bits e megapixel.

Abituata alle due sole linee metro di Roma, fatico a mantenere la rotta, mentre gli abitanti di questa città riescono persino ad addormentarsi durante il viaggio, in piedi e senza cadere. Non possiedo la loro familiarità con spazi stretti e vagoni in movimento. Oltre i binari della stazione di Harajuku, il primo portale, torii li chiamano, segno tangibile dell’invisibile perimetro del sacro. La ghiaia grigia taglia il bosco che da lì subito si schiude; foglie secche e poi il mio passo, deciso, il passo dello stivale di pelle, che è presto affiancato da quelli timidi e affrettati dei geta calzati dalle donne in kimono, la preziosità di quest'abito si concentra tutta nell’ obi, la fascia toracica, la vita, il punto di fuga.

Valichiamo insieme l’ultimo portale, ci porta all’altare di un culto, quello shintoista, che qui venera l’arcano e la natura, il tempo intatto, e allo stesso tempo la velocità, la particella, il tempo frammentato. Il marmo della mia capitale, le verità assolute della sua Chiesa, si ritirano sul fondo della memoria: in primo piano c’è il Meiji Jingu, tempio dedicato alla modernità e alla divinità, l’imperatore Meiji, che nel 1868 al popolo giapponese la consegnava. È la compenetrazione di sacro e profano, il primo che fiorisce e si realizza solo nel secondo, in una pacifica contraddizione che qui mai viene dissimulata, solo vissuta, e talvolta svelata, come semplicemente umana.

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