Le decisione del Sindaco di chiudere la Città dell’Altraeconomia a Testaccio e la rinuncia a un’alternativa
Ogni volta che ci vengo si sente sempre un gallo che canta sopra il Monte dei Cocci. Sulla sinistra c’è quella specie di enclave curda dell’Associazione Ararat, più avanti il cantiere delle Belle Arti presidiato da una sola guardia privata che non ha proprio idea di quando potranno cominciare i lavori e poi a destra la Città dell’Altraeconomia che ti dà l’idea di uno spazio in dismissione. Considerato come stanno procedendo le cose non è poi un’immagine così lontana dalla realtà. Il Comune ha concesso una proroga di due mesi al consorzio che la gestisce, in attesa di un bando. Chissà poi che succederà. Potrebbe pure chiudere. Più o meno questo è il timore di chi qui non solo ci viene per comprare prodotti biologici ma anche per sentirsi in un luogo altro da cui attingere spunti per trasformare il proprio stile di vita.
“Differente, nuovo, rimanente. Dal lat. Alius, diverso.” Così è riportato sul dizionario etimologico della lingua italiana alla voce, altro. Di questi tempi è un aggettivo in disuso in città. O quantomeno pronunciato poco e malvolentieri. E’ possibile sentirlo ancora nei negozi quando prima di battere il tasto per il totale, c’è sempre chi da dietro il bancone ti chiede: “altro?”, sperando che la lista dei tuoi desideri non sia ancora finita. “Ah sì, mi dia anche un etto di salame ungherese.” Per il resto si preferisce il suo contrario: identico, uguale. Uniforme.
Quando raggiungo via Marmorata mi faccio prendere dal flusso delle persone dirette a Porta Portese. Nel passo veloce di chi mi precede colgo sempre di più la riuncia a un’alternativa, a un sogno. Come se non appena ci allontanassimo dal tempo del lavoro e degli impegni improrogabili, ogni azione fosse per lo più motivata dal bisogno di trovare un’occasione. Ottenere uno sconto. Insomma pagare semplicemente di meno.
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