Il premio Nobel per la pace a Liu Xiaobo, l'Asia vicino casa e il basket dei ragazzi cinesi a piazza Vittorio
Prendo via Emanuele Filiberto e arrivo in Asia in pochi minuti. Non ho bisogno di un aereo. Mi servono solo un paio di scarpe da ginnastica. Nel primo tratto, la strada è in discesa, poi, dopo viale Manzoni, comincia la salita. Prima c'è un fornaio, subito dopo, c'è già la Cina. Mi viene da pensare a Tiziano Terzani. Se fosse nato oggi, forse non avrebbe portato se stesso dall'altra parte del mondo per incontrare uomini e donne di lontane culture. Si sarebbe inoltrato per le strade di una delle città italiane e si sarebbe fermato a parlare. A chiedere. A raccogliere storie. A sentire le voci.
In questi giorni è stato assegnato il premio Nobel per la Pace a Liu Xiaobo. Qui, all'Esquilino, mentre il sole addolcisce il pomeriggio tra le vetrine di piazza Vittorio, via Principe Eugenio, o via Conte Verde, nessuno dei suoi connazionali sembra saperlo. Le ragazze parlano fitto al cellulare. Qualcuno sta come di sentinella sulla soglia dei negozi vuoti. Intanto un'intera babele cammina sul marciapiede. In questo pomeriggio, un paio di jeans costa 25 euro. Quanto sono stati pagati gli uomini e le donne che li hanno prodotti? Quali sono i diritti di cui godono?
Una ragazza passa di slancio sulle strisce pedonali. Pare sorridere per la sua libertà pomeridiana. Da tante città erano arrivate le parole per Xiaobo. Da Praga aveva scritto Vaclav Havel. Al cinese lo lega un filo comune di esperienze. "L'intimidazione, la propaganda e la repressione - ha scritto Havel - non sostituiscono il dialogo". Da Berlino, Herta Mueller aveva spedito una lettera a Marcus Storch della Nobel Foundation. Nel parco al centro della piazza, alcune madri asiatiche, preoccupate come tutte le madri, osservano i loro bimbi girare su una piccola giostra. Pare che Xiaobo, in carcere a scontare una pena di 11 anni, non sappia ancora del premio. E d'altronde, in tutta la Cina, per la censura, sono pochissimi a esserne venuti a conoscenza. Anche qui lo sanno in pochi. Vado verso l'uscita del giardino che dà su via Carlo Alberto. Alcuni ragazzi cinesi giocano a basket. Il pallone batte in terra. Uno di loro lo prende, e scarta rapido un paio di avversari. Poi si alza in aria, e lascia partire la sfera. Senza pensare al canestro, non riesco a evitare di rimanere immobile, insieme a loro, a guardare l'arco della palla a spicchi che attraversa l'aria. Per un solo istante, improvvisamente libera.
- Federico Pace è autore del libro Senza volo (Einaudi)
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