Una notte d'estate in via Carlo Poma

di Federico Pace — 22 agosto 2010

Nel tardo pomeriggio Corrado ha fatto a piedi il percorso fino alla nuova scuola. Un grande edificio classico tra marciapiedi solitari. Poi è tornato nella casa dove vivrà per alcuni mesi. E' di una sua parente. Lei non ci vive più. Una donna anziana che non ha mai conosciuto. Troppo vecchia per continuare a viverci da sola, gli aveva spiegato uno dei cugini di secondo grado. Ti posso pagare poco, si era scusato Corrado. Quel giovane parente gli aveva risposto che non era un problema. Ha cercato un bar aperto. Ma non ne ha trovato uno. Niente latte per domani, ha pensato. Si è fermato a guardare i lecci scuri e i viali vuoti. Verso le sette ha sentito la brezza del vento arrivare dal Tevere. Quando è rientrato, ha svuotato lentamente la valigia. Alle stampelle ha sistemato le camicie e i pantaloni puliti e un po' spiegazzati. L'armadio odorava ancora di naftalina. Si è acceso una sigaretta. Il sollievo del fumo e della sera che si acquietava.

Non ha fame. Quando viaggia gli succede sempre così. Senza cenare, si è acceso la televisione nel salotto. E' così strano stare seduto, da solo, in una casa in cui qualcun altro ha abitato a lungo con tutte le proprie consuetudini. Ogni cosa, ogni singolo oggetto, che deve essere stato familiare e domestico, è per lui estraneo. Gli oggetti paiono quasi confabulare tra loro. Ha spento la tele e si è alzato. Ha guardato tra le foto esposte. Ha provato a riconoscere qualcuno. Qualche parente lontano, delle zie, dei nonni. Ma gli sono sembrati tutti volti sconosciuti. Qualche minuto dopo, nel corridoio ha cercato a lungo il pulsante della luce. Alla fine ha lasciato stare e ha camminato nel buio. Dal letto, ha sentito palpitare l'estate nel vuoto della finestra. C'era solo il piccolo fiotto d'acqua che sgorgava nella fontana nel giardino all'entrata del palazzo. Pensava che, dopo quel viaggio, si sarebbe addormentato subito. Ma non c'era riuscito.

Suo cugino glielo aveva detto alla fine. Lui non se ne ricordava. E la cronaca nera non era neppure il tipo di notizie che leggeva di solito sul giornale. Era successo in un appartamento in quello stesso edificio. E' terribile, aveva esclamato d'istinto. E poi quel cugino gli aveva detto che, se voleva, ci poteva ripensare. Lui aveva risposto: "Non ti preoccupare, sono un professore di matematica". Chissà poi perché gli era venuto di dire così. Forse i professori di matematica non fanno mai pensieri cupi? La notte estiva progrediva ancora un poco. Gli venne in mente quella ragazza. Pensò, nella sua solitudine orizzontale, a quella vita negata, alle persone che avevano visto qualcosa e che non dissero nulla. Ad un certo punto gli sembrò persino di sentire un grido. Per un attimo, ebbe terrore. Nel dormiveglia, poco più tardi, lontano dal letto in cui era solito dormire, ebbe la sensazione di trovarsi in un pianeta disabitato. Poi, ogni pensiero si fece confuso. Passarono però ancora molti minuti, prima che anche lui, in una di queste ultime notti d'estate, riuscisse finalmente ad addormentarsi.

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