Roma, New York e le strade della contemporaneità

di Antonio Carbone — 12 agosto 2010

1987. E’ l'anno di pubblicazione del libro di Jean Baudrillard, L’America. A quel tempo sapevo poco e niente di quel paese e la lettura di quel saggio oltre che per approfondirne la conoscenza fu utile  per avere un’idea, in anticipo sui tempi, del futuro che lo attendeva. A distanza di circa 23 anni approdo a New York. Nei primi giorni, approfittando del fatto di soggiornare nel Lower East Side, faccio di tutto per tenermi alla larga da Times Square e  dalla Fifth Avenue. Senza accorgermene prendo sempre le strade che portano verso il basso: la Bowery  e la Broadway a partire da dove incrocia Canal Street. Lì percepisco il fermento, letteralmente. I rifiuti sui marciapiedi si decompongono confondendosi agli odori dei cibi e al sudore della più disparata umanità. Chi l’ha detto che una città deve essere pulita?

L’eccitazione aumenta percorrendo l’East River e attraversando i ponti: Williamsburg Bridge, Manhattan Bridge e, ovviamente, quello di Brooklyn. Passano i giorni e rimando ancora l’appuntamento con i grattacieli di Manhattan. Quando finalmente ci arrivo, non mi emozionano. Pur essendo fatti di acciaio come i ponti, sembrano impermeabili al vissuto. Sarà per questo che diventano semplicemente obsoleti senza invecchiare. Come un computer o un telefonino che al momento del suo arrivo sul mercato poteva essere pubblicizzato per le sue piccole dimensioni e che a distanza di qualche mese è già superato da un nuovo modello così anche il building, momentaneamente più alto, produce la stessa malinconia in chi lo guarda dal basso. Resa ancora più patetica dalla fatica che richiede per tenerlo in piedi: aria condizionata sempre accesa, rifiuti difficili da smaltire, pericolo incendi, gestione della sicurezza. Insostenibile come i palazzi di Venezia che per lo più esistono per la gioia dei turisti.      

Quanta è lunga la Broadway? Scendendo dal ponte di Williamsburg mi stupisco di ritrovarla ancora. E’ una specie di decumano: spacca New York come via dei Tribunali, Spaccanapoli. Ma, sarà per la sopraelevata su cui passa la metropolitana, il pensiero va a Roma. Percorro quest’ultimo tratto di Broadway, lontano dalle luci che pubblicizzano i teatri in cui si rappresenta ogni sera lo stesso musical, e mi sembra di stare lì, sul 14, il tram che passa sotto la tangenziale e dopo aver percorso un bel pezzo di Prenestina svolta a destra sulla Togliatti. Le stesse facce, la stessa gente verso la quale provo un’empatia difficile da spiegare. O meglio, me la spiego solo pensando all’istinto che mi porta ad amare il mare, diversamente dal lago.      

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