Il Maxxi di Zaha Hadid a via Guido Reni, la grigia recinzione e il sollievo del vento tra i pioppi

di Federico Pace — 1 agosto 2010

 

A Elena non è mai capitato d'interessarsi d'arte. Eppure, da qualche tempo, va al museo ogni santo giorno. Un lavoro, quando capita, è una fortuna. Lavora lì, al Maxxi, il museo d'arte su via Guido Reni. Alla figlia, che le chiede come è quel posto, dice che è uno spazio ampio e moderno. "E' molto bello", le dice senza riuscire a sfiorarle i capelli come faceva quando era ancora piccola. Ma dentro di sé, ogni volta che si avvicina a quell'edificio, non pensa che sia bello. Neppure un poco. Ogni mattina, senza sapere precisamente il perché, le sembra di entrare in un carcere o in un ospedale. Forse per colpa di quella lunga recinzione grigia di metallo che lo circonda severamente. O per tutto quel cemento. O perché lo spiazzo di fronte è sempre così vuoto.

Qualche volta, durante la giornata, le capita di pensare a quella donna, all'architetto che le hanno detto che ha ideato quell'edificio. Deve essere una donna molto brava e potente per riuscire a farsi ascoltare. E mettere a lavorare, ad una sua idea, così tanti uomini per così tanto tempo. A lei non è mai capitato. A casa, da quando è bambina, è sempre lei a dover lavorare. Mentre cammina, in quello spazio all'aperto, le capita di notare delle piccole crepe in terra. Soprattutto quando passa vicino a quelle panchine bianche. Pensa alla disattenzione, alla poca precisione, con cui qualcuno ha fatto il proprio lavoro. Fuori dal museo, quasi ogni giorno, non c'è molta gente. Non sa se è così in tutti i musei del mondo. Qui gli sembra che ci sia sempre un po' di mestizia. Un po' di gioia appare solo quando vede arrivare qualche giovane coppia. Quando vede i bambini scorrazzare per quell'ampia spianata e le sembra di rivedere sua figlia quando il padre non se ne era ancora andato. Qualche volta, c’è uno dei visitatori, un uomo elegante, che la aspetta all'uscita e, quando la incrocia, le sorride con gentilezza. Lei però non si è mai fermata a parlargli.

Ieri pomeriggio però è successo qualcosa di nuovo. Le è capitato di avere curiosità di fermarsi a parlare con quel signore che viene quasi ogni settimana. Così qualche minuto prima di uscire, aveva chiamato con il cellulare la figlia e le aveva detto che sarebbe arrivata a casa più tardi. La figlia aveva risposto con freddezza e le aveva chiesto se tornava per cena. Elena aveva detto di sì, anche se non sapeva cosa sperare davvero per sé. Lui le aveva chiesto da dove venisse. Se era italiana. Se quello era il suo vero nome. E lei glielo aveva detto. Le sembrava sincero e semplice, anche se usava parole che lei riusciva a capire appena. Allora lui, senza che lei gli domandasse nulla, le aveva raccontato che era stato sposato e che aveva un figlio. "Quindici anni, ma ne dimostra di più". Si erano seduti su due sedie di plastica. Una grigia e una bianca. L'uomo aveva continuato a raccontare di sé, ma a un certo punto Elena si era accorta che non riusciva più a seguirlo. Che neppure le interessava più. Dietro di lui una bambina correva. E' stato allora, mentre la voce dell'uomo diveniva sempre più impercettibile, che è riuscita ad ascoltare il sollievo del vento passare, come a ondate, attraverso le foglie dei pioppi.

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