La Basilica di San Giorgio in Velabro, la stagione delle bombe del 1993 e le minacce di colpo di Stato
“La storia italiana degli ultimi quarant’anni è piena di casi freddi che di tanto in tanto diventano caldi”. Stavamo passeggiando per le strade di Roma quando, sbucando da via San Teodoro, ci siamo trovati davanti alla basilica di San Giorgio in Velabro. Incuriosita dal matrimonio che si stava celebrando al suo interno è entrata per dare un’occhiata e quando, appese a un muro, ha notato le due fotografie che ritraggono il sagrato distrutto, ha voluto che le fornissi dei chiarimenti. Non è stato così difficile riassumerle i fatti e cioè: il Presidente del Consiglio di allora, Carlo Azeglio Ciampi, che nella notte del 27 luglio 1993 viene informato al telefono di una bomba da poco esplosa a Milano in via Palestro e che in diretta avverte, insieme al suo interlocutore, l’esplosione della bomba proprio qui davanti, a distanza solo di cinque minuti da un’altra esplosa in piazza San Giovanni in Laterano, vicino via del Vicariato…
E’ stato quando, appassionatasi alla storia, ha provato a chiedermi se fossero stati scoperti i cospiratori, che me sono uscito con quella frase. Naturalmente non è bastato. Avrà pensato che l’avessi buttata lì per far colpo. Eppure se fosse? Il senso non cambia. Valle a spiegare quarant’anni di storia italiana da piazza Fontana al giorno in cui misteriosamente sono finite le stragi. Con un attentato allo stadio Olimpico che se non fosse fallito avrebbe fatto una carneficina. Per questo le ho consigliato di leggere qualche libro - per fortuna sull’argomento non mancano - mettendola in guardia però: “vedrai, sarà come leggere un testo di fisica nucleare in cui un bravo divulgatore ti spiega la differenza tra la fusione calda e quella fredda. Avrai l’illusione di capire solo per il tempo che dura la lettura.”
A quel punto abbiamo optato per il ristorante. Ma anche lì, seduti al tavolo, non è che stato più facile provare a rispondere ai suoi quesiti. Persino quando mi ha chiesto il motivo per cui la pizza con le alici a Roma sia chiama “napoletana” e a Napoli invece “romana” ho rischiato di fare scena muta. Poi, come spesso accade, è voluta tornare su quella notte di luglio. Del resto anch’io faccio lo stesso con lei quando parliamo della caduta del regime nel suo Paese. “Dov’eri quando hanno ucciso Ceausescu?” Lei se lo ricorda bene. Io invece tutte le volte che ho tentato di risalire a quel periodo l’unico indizio più vicino che ho trovato è stato un biglietto di ingresso al Louvre che porta la data del 9 agosto 1993, ore 14 e 30. Conservato in un libro di Slavenka Drakulic Balkan Espress sul cui frontespizio c’è la data d’acquisto: 23 ottobre 1993. “In quegli anni, pensa, mi preoccupavo più di quello che stava accadendo nella ex-Jugoslavia che in Italia”. “Ma perché com’era l’Italia in quel periodo?” Ecco, ci risiamo, ho pensato. “Sembrava che fosse sull’orlo di una fusione nucleare, tale che tutti si aspettavano un ulteriore aumento della pressione e della temperatura da parte della mafia, poi è bastato l’intervento di un soggetto esterno a far da catalizzatore, proprio come il palladio nella fusione fredda”.
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