Il trenino Roma Ostia, dalla Piramide fino al mare argentato

di Federico Pace — 30 maggio 2010

Andare verso il mare è quasi sempre un gesto di liberazione. Anche quando non ha a che fare, almeno in maniera esplicita, con la fuga. Anche quando lo si fa per guadagnarsi la paga quotidiana. Per un’abitudine senile. O per dare sollievo, con l’acqua salata delle onde, a un’insolita forma di dermatite. Sul piccolo treno, o sorta di metropolitana, che parte dalla stazione della Piramide, c’è una coppia di pensionati. Ai piedi portano scarpe comode da ginnastica. Poco distante, una ragazzina, con il primo rimmel intorno agli occhi, sta seduta in compagnia di due amiche. Una di loro canticchia e con le mani in aria sembra ripetere le figurazioni di un balletto televisivo. Anche a qualche metro, ti sembra di sentire l'odore della gomma da masticare. Due giovani marocchini stanno con il viso triste a fissare di fuori mentre, uno di loro, stringe rabbiosamente un cellulare tra le dita. In disparte, quello che sembra essere stato un severo funzionario d'azienda, legge, con concentrazione ostinata, le pagine di un "giallo". Di fronte a lui, un operaio avanti con l'età, si tocca, quasi senza accorgersene, i capelli ingrigiti. Con le dita pare ricostruire la mappa delle sue piccole sconfitte con la calvizie.

Il trenino parte in orario, alle otto e quaranta. Fuori dai finestrini un po' di città squinternata. Qualche galleria. Poi la fermata della Basilica di San Paolo. Poi Magliana. Salgono altri gruppetti di adolescenti. Ragazzini e ragazzine. Battute. Spinte. Cupezze improvvise di qualcuno. Sembra di capire che sono le prime volte che mettono piede, l'uno nell'universo dell'altra. Si avvicinano e si ritraggono come colpiti da scosse elettriche. Dopo la fermata di Tordivalle, il funzionario, dopo qualche scaramuccia di troppo, si infastidisce per il rumore. Si lamenta. Poi, sconfitto dall’indifferenza dei giovani, chiude e il libro e si rabbuia ancor di più. A Vitinia, una donna avanti con l'età comincia a gridare al telefono: "Arrivo alle nove! Hai capito?! Arrivo alle nove! Vengo! Vengo!". Dalla borsa piena che ha con sé, dal viso che pare stanco ma di chi però è ancora pieno di un’energia contadina, la diresti una che ha appena terminato il suo turno in un'impresa di pulizie. Alle fermate cominciano a salire i venditori di cocco (magrebini anche loro) con i secchielli di plastica azzurra. Alla mia destra si siede stancamente un ragazzo, forse del sud america, con un blocco rilegato da una copertina rossa. Gli servirà per mostrare tra poco, sulla spiaggia, le forme dei tatuaggi che qualcuno vorrà farsi incidere sulla pelle.

Il trenino sgrana le sue fermate con meccanica precisione. Casalbernocchi, Acilia. Poco prima di Ostia Antica, si cominciano a vedere i pini. Ciascuno, seduto sulla punta delle proprie individuali urgenze, pare agitarsi e prepararsi a scendere. Ciascuno, da qui a qualche minuto, si avvierà verso la spiaggia. Da qui a qualche minuto, dal marciapiede del lungomare ancora deserto, ciascuno si perderà a osservare la solitudine degli ombrelloni. Poi, arrivato al parapetto della spiaggia, si siederà. Si sfilerà scarpe e calzini. Si toglierà gli abiti, li infilerà nello zaino, e comincerà a camminare sul filo del mare. Da lì a qualche minuto, sia che sia arrivato fino a lì per curare un’insolita dermatite, o a conquistarsi la paga quotidiana, sia che sia arrivato a cercare rifugio nel sole, a riscaldare un po’ la senile tranquillità, o rimescolare l’ebbrezza adolescenziale, sotto quella luce argentea del mattino, ciascuno si convincerà, o avrà l’illusione di convincersi, anche per un solo attimo, di essere libero da ogni vincolo e costrizione. E, anche per quello, a cospetto di quel mare eterno, sorriderà. Così, senza l’aiuto di alcun dio, tra qualche minuto, comincerà un’altra giornata.

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