Verso Casalotti, un viaggio a bordo del 146 e le nuove lezioni da imparare
«Lontano è Casa Luti», mi risponde Bashir durante una lezione di italiano. Gli sto insegnando gli avverbi di luogo e gli ho chiesto: «Vicino è questo tavolo. Cos’è, invece, lontano?». Non capisco a cosa si riferisca, mi spiega che è lì che dorme, in questa per me mitica "Casa Luti", di cui prendo nota con scrupolo, pensando che un giorno mi possa servire, come tante altre frasi e considerazioni dei miei studenti, rivelazioni di nuovi mondi.
Casalotti. A distanza di un anno ho realizzato quel che Bashir mi stava dicendo e che io non avevo capito. "Casa Luti" era Casalotti, che effettivamente è lontana da via Amarilli, nel VII Municipio, dove si teneva il corso di italiano. Due zone collegate da autobus, metro A, metro B e ancora autobus, in un percorso simile a un viaggio. Esterna al Grande Raccordo Anulare, Casalotti è raggiungibile dalla stazione Battistini a bordo del 146, che si inerpica salendo e scendendo per via di Boccea, un lento gigante nel traffico di macchine. Oltre lo svincolo per l’Aurelia e per la Cassia, nelle ore di punta la percorrenza è tanto difficoltosa che i passeggeri abituali scelgono di fermarsi a Casal del Marmo e proseguire a piedi, lungo un polveroso cordolo di cemento a ridosso di terra e sterpaglia.
Arrivati a destinazione, l’impressione è di un’area rurale dall’aspetto di piccolo paese, con case basse alternate alla farmacia, il bar, l’edicola, il venditore di pizza al taglio, la chiesa moderna che non svetta, geometrica, della stessa altezza degli altri edifici. A perdita d’occhio, tutt’intorno, una vegetazione quasi selvaggia, che accoglie anche i resti di un’antica villa romana, di cui, a onor del vero, l’elemento più visibile è un’essenziale targa segnaletica. Afgani, somali, sudanesi, sono i ragazzi che incontro per strada, nel tratto fra Casal del Marmo e l’imponente struttura anni Sessanta, ex-casa generalizia delle suore Comboniane, al civico 530 di via di Boccea. È qui che mi dirigo, al Centro Enea, sorto nel 2007 per la seconda accoglienza dei rifugiati politici: non solo vitto e non solo alloggio, ma preparazione all’integrazione. Comincia il corso di informatica, con i colleghi di Mondo Digitale. Scorriamo il registro degli iscritti. Mohamed, Ali, Ibrahim: nuove lezioni da imparare.
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Commenti
Scritto da Flavio — 1 aprile 2010 alle 17:58
Ecco qualche foto di un indigeno: http://flavio.tordini.org/photos/archives/roma/casalotti/
Saluti!
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