Il parcheggio sotterraneo di Villa Borghese, l'avanguardia, il sostrato gelatinoso e le due Italie

di Antonio Carbone — 21 febbraio 2010

E’ uno di quei pomeriggi in cui ci si lascia dietro la porta di casa sovrappensiero. Quasi solo perché il tempo ha concesso una schiarita. Altrettanto casuale è il percorso intrapreso: viale Castro Pretorio, corso Italia, Villa Borghese. Un po’ meno la ragione che mi porta a scendere le scale del parcheggio sotterraneo. Lo faccio in una sorta di ipnosi, di sogno. La scusa è che dovrei recuperare l’auto lasciata lì da qualche giorno ma in verità è ben altro il motivo. C’è quasi il desiderio, gradino dopo gradino, di poter tornare indietro fino al giorno in cui, in occasione dell’inaugurazione, nel novembre del 1973, fu allestita al suo interno una grande mostra, “Contemporanea”, organizzata da Achille Bonito Oliva insieme a Graziella Lonardi. 

Che città era Roma in quegli anni? Era, nonostante la vitalità artistica – fu proprio allora che Christo impacchettò duecento metri di Mura Aureliane - una città triste, grigia? Chi avrà avuto dieci, undici anni è probabile che risponderebbe di sì. “Non meno del resto del Paese” si sentirebbe, forse, di precisare chi invece allora aveva già raggiunto l’età della ragione.  Appunto, com’era l’Italia in quegli anni? Lo smascheramento di molti intrighi era ancora lontano da venire e le due Italie, quella solare della superficie e quella cupa e torva del sottosuolo che oggi si confondono spesso in un “sostrato gelatinoso”, erano ben divise. Staccate. Entrando in rotta di collisione solo in determinati punti. 

Non è dato sapere che cosa portò Achille Bonito Oliva e Graziella Lonardi, in fondo a questo parcheggio. Ma non si può eslcudere che oltre all’intento di stupire facendo esporre in uno spazio così inusuale artisti di fama internazionale - un’idea di che cosa ha rappresentato quell’evento è possibile farsela visitando al MACRO di via Reggio Emilia la mostra, A Roma la nostra era avanguardia -  avessero, a modo loro, anche l’obiettivo di fare luce su queste due Italie. Me ne convinco sempre di più non appena ritorno in superficie, perlustrando la zona soprastante. Anche se, a parziale conferma di questa intuizione, c’è soltanto la solita erba lucente delle grandi occasioni e la presenza vigile e austera degli alberi.

 

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