Il volto di Craxi, l'Hotel Raphael, le api ammattite, le monetine, la cicuta e la democrazia

di Federico Pace — 19 gennaio 2010

Sui muri di Roma è riapparso il volto di Bettino Craxi. I cartelloni li ho visti su viale Castro Pretorio. Nell'immagine sta, impaziente, sotto braccio a un Nenni invecchiato. All'alba di oggi sembra esserci stata una certa ironia nella mano che ha guidato gli "attacchinatori". Seguendo i cartelloni che ritraggono l'uomo di cui ricorre il decennale della morte, si passa su viale del Policlino per arrivare poi, dopo un breve tratto, al ministero dei Lavori Pubbblici. Si direbbe l'altare della rete delle opache relazioni tra imprese e politici. Davanti, ci sono i platani, un poliziotto al cellulare, le pubblicità di Avatar e la gente che aspetta alla fermata dell'autobus.

Tiro dritto verso piazza Barberini. Poco più giù, dopo aver percorso via del Tritone, vicino Galleria Colonna, intravedo, tra la gente, l'indaffararsi immobile di un deputato dell'attuale maggioranza. Porta sotto il braccio una rigonfia mazzetta di giornali e intanto al cellulare parlotta, discute, briga qualcosa che non è comprensibile. Qualcuno lo riconosce, ma tira dritto e non dice nulla. Un altro sussurra un'offesa. Gli uomini politici che arrivano in questa in città, precipitati da un voto popolare sempre più estrogenizzato dalla tv, si muovono per le strade di Roma come api ammattite. Chi è nato qui ha imparato a distinguerli e a seguirli con lo sguardo. Ronzano, infilano il loro pungiglione dove possono; e non si preoccupano neppure più di fare il miele.
 
Il sole, ignaro di tutto, cerca un rimbalzo sulle finestre dei palazzi. Sembra quasi un annuncio di primavera se non fosse per il vento che sferza il volto. Solo qualche minuto e arrivo all'Hotel Rapahel. Quando vennero portati alla luce i torbidi legami tra politici e imprenditori, qualcuno venne fino a qui, dove alloggiava Bettino Craxi, per gridare una rabbia impotente (il video). Erano le sette di sera del 30 aprile del 1993. Nei giorni che vennero poi ci furono condanne definitive. Nelle case, in quei giorni, ci fu lo spazio persino per la speranza di uno Stato guidato da norme chiare. A Roma sperammo persino di non vedere più le "api ammattite". Chi venne condannato però non volle accettare le sentenze, non volle rispettare la democrazia e fuggì. Qualcuno pensò a Socrate che quando venne condannato a morte da una giuria di Atene, per un reato che probabilmente non aveva commesso, preferì bere la cicuta (Il Critone). Era convinto che per salvare la democrazia, e non se stesso, doveva rispettare le leggi. Ora qui su Largo Febo, davanti all'albergo, ci sono ancora vetture tirate a lucido mentre un barbone passa rasente al muro con i suoi sacchi di panni sporchi. Poco più in là, su Piazza Navona, alcuni venditori di riproduzioni di paesaggi romani discutono animatamente dei loro piccoli affari e del fastidio procurato dagli ambulanti immigrati. A due cinesi, seduti su una panchina, non resta che gettare qualche briciola di pane agli ingrigiti piccioni. 

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