Obama al Radisson Hotel di Roma, a via Filippo Turati un sogno ancora impossibile per l'Italia

di Francesca Pedrollo — 25 gennaio 2009 — 2 commenti

Martedì scorso c’era elettricità nell’aria. A Washington era mezzogiorno, in Italia le sei del pomeriggio. Qui a Roma gli americani si sono dati appuntamenti in un hotel, uno di quegli alberghi da grande catena, freddo, asettico, lussuoso, senza storia, messo in posizione distonante con l’ambiente. E’ attaccato alla stazione Termini, luogo che fino a qualche anno fa rappresentava il confine o meglio il margine e che ora ha subito una ristrutturazione, una tirata a lucido di cui fa parte anche questo hotel che svetta alto sopra i binari.

Sono salita su, in alto, al settimo piano, con una certa euforia. Tutto era pronto secondo la migliore tradizione statunitense: le hostess all’ingresso, le bandierine, i cartelloni sin dentro l’ascensore, le spillette, il biglietto d’ingresso come se stessimo andando al cinema, a vedere uno di quei film surreali, che solo Hollywood riesce a produrre, con niente poco di meno che il primo afro-americano a insediarsi alla Casa Bianca. Vidiwall enormi rimandavano Aretha Franklin che cantava e poi, all’arrivo del Presidente, è calato il silenzio. Dal mio angolo riconoscevo, gli italiani. Per fortuna pochi, presenzialisti, lì forse solo per farsi vedere. Un ex ministro del nostro governo si specchiava in un cocktail. Gli americani invece più sobri, attenti, asciutti. Mi ha colpito soprattutto l’entusiasmo materno di certe signore di mezza età, niente a che vedere con le nostre. Seppur lontane dalla folla di Washington, si mescolavano idealmente ad essa e assistevano con la stessa passione, retorica e tenerezza all’investitura di questo giovane ragazzo.

Alcune di loro hanno pianto, si sono alzate in piedi a cantare l’inno, hanno salutato Bush finalmente sollevate, con un senso di ritrovata leggerezza e quella loro volontà di riscatto si è sentita in pieno soprattutto nel momento in cui Barack Obama ha sottolineato che la sicurezza del Paese non può prevalere sui tradizionali valori. In quel momento mi sentivo bene come se quel ragazzo, con la faccia pulita, senza atteggiamenti imbolsiti da logiche di potere, e persino forse non completamente consapevole del compito che lo aspetta, fosse anche il mio Presidente.

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Commenti

  1. Scritto da elisa28 gennaio 2009 alle 12:33

    sottoscrivo per il sogno impossibile

  2. Scritto da Danilo29 gennaio 2009 alle 10:27

    Un Obama italiano è impossibile anche a causa della nostra legge elettorale, che impedisce di candidarsi a chi non è ben visto dalle segreterie dei partiti.

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