Piazza dei Cinquecento, i capolinea dei bus, i piccoli viaggi urbani e la ragazza che si pettina i capelli
Le diresti luoghi fuori tempo. Spazi dove il futuro accede con difficoltà. Luoghi sospesi. Alle stazioni dei bus puoi trovare anziani che si stringono sottobraccio come stessero ancora sul viale del paese al tempo in cui erano ragazzi. Madri e bambini che corrono. Donne che portano delle buste al posto d’una valigia. Uomini e donne dai visi segnati che vengono da luoghi distanti e parlano lingue che non sai. Gente venuta per fuggire una povertà ancora più misera.
Piazza dei Cinquecento, il grande spiazzo dei capolinea di bus davanti alla Stazione Termini è come un’intera città di cui non si riesce a conoscere la mappa precisa. Difficile dire dove si ferma un bus. E dove un altro. I bus, in entrata e in uscita, disegnano semicerchi e mezzelune. Si direbbero in qualche modo replicare le traiettorie e gli arabeschi disegnati poco più in alto dagli uccelli che sugli alberi di questa piazza cercano ristoro e riposo. Nelle intenzioni della nuova giunta comunale qui sorgerà, entro la fine del 2009, l’Urban center dove i cittadini potranno chiedere informazioni sui lavori dei progetti di trasformazione della città. Dicono pure che vogliono spostare i capolinea da qualche altra parte. Nessuno per ora si pone il problema. La gente continua a intraprendere i “piccoli viaggi urbani” e a portare con sé un piccolo bagaglio. All’arrivo si sentono gli ammortizzatori “sgonfiarsi”. Le porte aprirsi e, insieme a un soffio, sospingere fuori le persone.
Si respira una certa irrequietezza. Saranno le feste natalizie. Saranno i giorni in cui l’economia non va per il verso giusto a nessuno. Le partenze sono frenetiche e continue. Ci sono saluti, strette e abbracci. Ogni “isola” ha un bus. Ogni bus una destinazione. Sulla fronte del muso schiacciato di vetro e fanali dei bus puoi leggere “Piazza Vescovio”, “San Pietro” e “Via Pampanini”. Ciascuno insegue il suo filo invisibile attraverso questo spazio di cemento, pini e paline colorate. Da una di queste isole s’intravede una giovane donna a bordo di un bus che sta per partire. E’ seduta. Indossa un bianco giubbetto invernale. Tiene, poggiata sulle gambe, una grande borsa. Nella mano destra stringe quello che sembra un cellulare. Con la sinistra si dà un’ultima sistemata ai capelli. E, mentre pensi alla gioia che proverà chi la sta aspettando in una delle fermate successive, ti accorgi di quanto sia fresca l’aria. E azzurro il cielo.
- Federico Pace è autore del libro Senza volo (Einaudi)
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Commenti
Scritto da MattSid — 8 dicembre 2008 alle 19:57
E non dimentichiamo i negri che dormono dentro i vasi, che carini che sono!
Scritto da giggia — 9 dicembre 2008 alle 22:18
tante sono le immagini, le storie e le sensazioni evocate dalle parole dell'articolo.
la stazione termini raccontata non solo attraverso i "negri" che dormono dentro i vasi...quante parole inutilmente spese.
Roma รจ anche questo. fortuna che qualcuno lo colga.
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