Il parcheggio del Pincio, la scelta di Alemanno, la logica della coppia e la città
Una coppia di turisti francesi guarda attraverso la griglia che s’apre sul recinto verde. Si direbbe che stiano parlando degli alberi e delle radici nel mezzo dei lavori in corso. Anche loro sembrano sorpresi dalla vegetale immobilità e da quella specie di piedistallo di terra che gli operai e le gru hanno scavato intorno per non intaccare le radici. Dopo di loro un gruppo di ciclisti tedeschi. Chissà quanto hanno pedalato per arrivare fino a qui. Si fermano in circolo. La guida racconta loro qualcosa. Parlerà anche del parcheggio e dei lavori in corso? Qualcuno sembra stupito della recinzione verde e da quello spazio rubato allo sguardo e alle ruote. Altri, forse di Berlino, hanno più confidenza con i lavori in corso e non sollevano neppure un sopracciglio. Forse sono solo stanchi e ne approfittano per un poco di riposo. Una fontanella, da cui goccia poca acqua, sembra fare anche lei il gioco del rivenditore di bibite.
C’è chi ne parla ancora per strada. Anche mentre sali lungo le scale. Molti erano contro. Altri a favore. Qualcuno diceva quello che pensava davvero. Altri non facevano lo sforzo e ripetevano solo quello che i rappresentanti politici annunciavano sui media. Anche i politici hanno discusso del parcheggio del Pincio. Con tensione e acrimonia. Quasi azzuffandosi. Come fanno un marito e una moglie che discutono a lungo, ad esempio, del disordine di una stanza. Lo fanno solo perché non hanno il coraggio di affrontare il nodo della questione che incrina il loro rapporto. Come si porta una città nel futuro? Come la si libera dall’assedio sempre più pressante della benzina e delle vetture? Come deve essere una città che rispetta l’ambiente e ti dà modo di tornare a casa senza perdere l’intera sera in una serpentina di vetture ferme? Come un marito e una moglie che per la stanchezza di una relazione che dura da troppo, e in cui ormai neppure si riconoscono, scelgono solo per ripicca la posizione opposta a quella dell’altro. Costruire o non costruire. Destra o sinistra. Solo per mettersi nel cantone che l’altro ha lasciato libero.
I giovani che vengono qui sembrano invece non preoccuparsene affatto. Del parcheggio che non si farà più. E dei lavori iniziati qualche mese fa. A loro quel recinto verde non sembra dire nulla. Ci si strusciano contro, ci passano vicino, ci scrivono sopra frasi d’amore. Epiche ed impacciate. Assolute ed effimere. Quassù il rumore delle vetture arriva come un brusio remoto. Le statue poco distanti stanno imperterrite. Monche di mani e nasi. Ricoperte di scritte e imbrattate. Poco scostati da tutto, stanno due anziani. Uno di fianco all’altra. Di spalle. Tra le ombre scure dei pini. Le mani poggiate sul parapetto in travertino. Pelle contro roccia sedimentaria. Tutte e due segnate dal tempo che passa. Guardano la città che prende forma all’orizzonte. A quest’ora, oggi, nonostante lo sguardo dei due, sembra stanca di tutto e non accorgersi più di nulla.
- Federico Pace è autore del libro Senza volo (Einaudi)
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Commenti
Scritto da RondoneR — 12 settembre 2008 alle 10:48
Di quali giovani parli..? ;)
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Scritto da Emanuele — 9 ottobre 2008 alle 22:34
Ciao Federico. Volevo informarmi sulla Salita del Pincio, visto che tra qualche giorno vengo nella splendida Capitale e ho letto questi due articoli, con schizzi di un degrado romano che non viene "esternato" come spesso accade per le città del Sud. Beh, che dirti... mi lascio "affascinare" da queste meravigliose foto, poi... 'na volta arrivato a piazza del popolo, ci scrivo pure io un bell'articolo, visto che amo scrivere...
Scritto da mario — 17 ottobre 2008 alle 11:17
Estasiato dal modello Roma di veltroniana memoria.
Scritto da Federico — 2 dicembre 2008 alle 22:11
Allora Emanuele, sei poi venuto a vedere la Salita del Pincio? Che impressione ti ha fatto?
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