La grande voliera
Certe mattine, complice le finestre e i balconi aperti per il caldo, il verso dei gabbiani si fa davvero insostenibile. Sembra di essere sul pontile di una nave che si avvicina lentamente al porto. Eppure il mare, per quanto vicino, non è proprio a due passi. E persino il Tevere non si direbbe dietro l’angolo. Nonostante ciò la comunità dei gabbiani è in aumento. Ma non solo i gabbiani, è il numero di tutti gli uccelli in crescita a Roma. Per il momento nessuno si è sentito in dovere di chiedere spiegazioni alle rondini quanto tempo hanno intenzione di rimanere ancora. Tanto meno ai passeri, ai piccioni, alle tortore, ai merli, alle gazze, ai corvi e alle cornacchie perché hanno deciso di insediarsi proprio qui. E’ sembrato naturale, anzi semmai ci si dovrebbe stupire del contrario. Si spera soltanto di non trovarsi mai in scene come quelle del film di Hitchock.
E intanto che cosa possiamo fare per tenere a bada il fenomeno? Qualcuno ha una soluzione anche per loro? Avviare magari una campagna di inanellamento a tappeto, per poterli schedare uno a uno in modo da assicurare alle patrie voliere quelli che una volta scacciati ritornano? Forse si arriverà anche a questo. Ma non è da escludere che c’è chi stia già pensando a rimedi più sbrigativi. Basterebbe che il solito esperto di turno provasse ad allarmarci con il rischio dell’aviaria, a far scattare una nuova emergenza. A quel punto chi si opporrebbe all’allargamento dell’attività venatoria anche in città, seppur in determinati quartieri, come si fa in certi boschi in cui la caccia è tassativamente vietata, quando la popolazione dei cinghiali supera il livello di guardia? O, in alternativa, ad assoldare un congruo numero di rapaci capaci di vigilare sui nostri cieli come se la città fosse diventata un ampio aeroporto?
Certo, di fronte alla minaccia di una epidemia, ben vengano soluzioni drastiche. Persino in deroga alle più sane regole di comportamento. Le stesse di cui non perdiamo occasione di vantarci per distinguerci da quei popoli che consideriamo meno civili. Per il momento, si spera, sia sufficiente un po’ di buon senso. Limitando la quantità di pane bagnato e di mais da distribuire per le strade. Provando a coprire col giornale quella parte del proprio balcone sopra il quale la solita rondine ha deciso di fare il nido. Accelerando il passo ogni qual volta si attraversa piazza della Repubblica, piazzale Clodio e un’infinità di altri luoghi in cui il chiasso degli storni, che hanno nidificato tra i rami dei lecci, ci avverte in anticipo della loro presenza. Approfittando persino di questo fastidio, per provare a scavare dentro di sé e scoprire magari le ragioni della nostra inquietudine.
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