Il servizio di bike sharing, il ciclista ucciso, i cecchini e la resa incondizionata

di Antonio Carbone — 23 giugno 2008 — 4 commenti

Proprio nei giorni in cui a Roma si inaugurava il servizio di bike sharing, un altro cicilista è stato investito e ha perso la vita. Si tratta di un elenco, purtroppo, destinato a essere continuamente aggiornato: venerdì, sulla Salaria, ancora un altro. Naturalmente non esiste nessun nesso ma in ogni caso dovrebbe far riflettere chi promuove queste iniziative. Soprattutto se si tiene conto di esperienze analoghe. A New York tra il 2000 e il 2007 l’uso della bicicletta è aumentato del 77%  ma sono aumentati anche gli incidenti mortali. Fatta eccezione per le città del Nord Europa e per alcune di quelle di media grandezza del Nord Italia, andare in bici sembrerebbe un’attività ancora ad alto rischio. 

Chiunque almeno una volta nella vita si è azzardato a fare un giro in bici per le strade di Roma, durante un giorno feriale, si è presto reso conto che per destreggiarsi tra le auto oltre a muscoli e fiato occorre mettere in gioco un’abilità da funamboli. A scoraggiare l’uso della bicicletta, infatti, non sono le salite - è sufficiente una modesta mountain bike di quelle oramai in vendita anche nei supermercati per cavarsela - e nemmeno l’assenza di piste ciclabili. Quanto la sensazione di estrema vulnerabilità a cui si è esposti. Tale che chi, temerariamente, non demorde più che spinto da una scelta ecologica sembra farlo per una sorta di guerra personale ingaggiata con le auto e con ciò che esse rappresentano.  

«Questa guerra non sarà perduta fintanto che ci sarà qualcuno che malgrado gli incidenti non rinuncerà a spostarsi in bicicletta» non a caso a distanza di poco tempo dall’ultimo tragico episodio, ha commentato qualcuno. La frase si rivela certamente inquietante perché sembra mutuata da un’altra pronunciata spesso durante l’assedio di Sarajevo, «questa guerra non sarà perduta fintanto che le madri e le mogli usciranno in cerca di un pezzo di pane». Ma soprattutto perché l’analogia tra i cecchini e i pirati della strada a cui implicitamente rimanda, ci aiuta a capire quanto per alcuni sia  forte l’esigenza di allentare l’assedio delle auto per sfidare chi, invece, non sembra affatto condividere questa prospettiva e perseverando alla guida si augura solo una resa incondizionata.     

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Commenti

  1. Scritto da Flavio23 giugno 2008 alle 10:16

    Faccio tutti i giorni Corso Vittorio in bici durante la pausa pranzo. Posso assicurarvi che è uno sport estremo. Sul marciapiedi si rischia di urtare pedoni e turisti. Sulla corsia preferenziale ci sono pullman, bus e taxi sempre in agguato. Naturalmente il centro della strada è il posto peggiore. Io opto per la corsia preferenziale e, all'occorrenza, per un'acrobatica invasione del marciapiedi.

  2. Scritto da maurizio24 giugno 2008 alle 13:43

    per anni sono andato al lavoro settecamini-villa borghese in bicifacendomi la famigerata via tiburtina, intasatissima di traffico a tutte le ore del giorno .comunque il senso didi estrema vulnerabilita' e' veramente sgradevole e difficile da affrontare ogni giorno

  3. Scritto da oftalmico alunno29 giugno 2008 alle 22:35

    e già, la vulnerabilità, mettermi un caschetto non farebbe che aumentare il senso di vulnerabilità (vulnerabilità effettiva o percepita?)

  4. Scritto da newmediologo20 luglio 2008 alle 18:40

    Il servizio di bike sharing è ridicolo.. Costosissimo, complicato e fallimentare.. Sembra che a Parigi siano più le bici rubate e danneggiate che non quelle in servizio.. Chissà quanto è costato al Comune.. Vado in bici sulla Cassia ed è davvero uno sport estremo come dice Flavio ma lo faccio lo stesso.. Tanto tempo un paio di mese in bici ci torneremo tutti per necessità, quindi meglio allenarsi.. Nel frattempo mi godo la consapevolezza di essere nel giusto e sto attento in particolare agli imbecilli con gli scooteroni ed il casco slacciato ai quali auguro di conoscere presto l'asfalto per provare l'utilità del casco..

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