La rimonta della Roma sull’Inter, il rigore sbagliato da Materazzi, l’altro calcio a Colle Oppio e il calciatore pensoso

di Federico Pace — 12 maggio 2008

Al semaforo due ragazzi seduti sulla vespa aspettano che scatti il verde per potere gridare “Forza Roma”. Qualcuno dalle macchine che sono rimaste ancora ferme dà qualche colpetto sul clacson per rispondere alla scia di quell’urlo che s’allontana. C’è poca gente, poco traffico e poco azzurro in cielo. Ma il fatto che la Roma abbia vinto mentre l’Inter ha pareggiato, grazie al rigore mancato dal difensore interista Materazzi, il fatto che la Roma ora, a una giornata dalla fine del campionato, sia a solo un punto dall’Inter, mette in circolo una specie di allegrezza segreta che ciascuno, appena può, si scambia d’improvviso.

Di fronte al Colosseo, mentre si sale lungo la serpentina che porta a Colle Oppio, si sente una di quelle musiche gioiose, ritmiche e un poco sentimentali, tipiche dell’America Latina. Anche il naso viene sollecitato da un odore di brace, cenere e carne arrostita. Quando si arriva in cima ci si accorge che anche qui si gioca a pallone. Qui ogni domenica, da più di dieci anni, si giocano delle partite tra i componenti della comunità latino-americana. Soprattutto peruviani. Ma anche ecuadoregni e boliviani. Il dieci di quelli con la maglia a scacchi bianco-azzurri sembra essere in gamba. Ma quello che si nota di più è il tredici in maglia gialla. Gioca sulla fascia destra, è alto e dinoccolato come quel Socrates che venne dal Brasile per giochicchiare nella Fiorentina. Ha una specie di retina che gli tiene i capelli e una fasciatura nera al ginocchio destro. Anche lui corre per il campo con quello stesso passo da stambecco sgraziato. Anche lui fa pensare che può tentare un bel colpo da un momento all’altro.

Sto poggiato al parapetto che fa da tribunetta. Insieme a me tanti altri. Più in fondo, oltre il campo, verso est, c’è la fonte della musica. Donne e bambini e tanti altri che cercano un po’ di sollievo dai problemi. Un tipo con il viso da indio che siede al mio fianco, ogni volta che una squadra sbaglia un gol, dice sempre “vafanculo”. Non sembra tifare per nessuno. Ha voglia di vedere un gol. Una palla che si infila in rete, anche in questo calcio, dà sempre un’emozione. Forse anche di più. A un certo punto l’arbitro fischia un rigore. Uno di quelli in maglia gialla ha tirato giù uno di quelli con la maglia a scacchi bianco-azzurri. Il nove prende la rincorsa. Non è certo Materazzi che pure lo ha sbagliato, appena un’ora fa. La rincorsa non è delle migliori. Tira di punta. S’alza un bel po’ di polvere, ma la palla passa alla destra del portiere, che aveva appena accennato a muoversi, e fila fuori. Il tifoso al mio fianco questa volta non dice niente. Anche lui deve sapere quanto è complessa la difficile arte di tirare un calcio di rigore. Alla fine della partita, mentre tutti escono, il tredici pare essere rimasto indietro. Poi lo vedo sfilare. Sul suo viso non c’è alcuna gioia. Si direbbe che il rigore sbagliato dalla squadra avversaria, non possa fargli dimenticare i guai che domani la città porterà con sé.

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