I pedoni a Roma e quell’illusione delle strisce pedonali
Chissà cosa è preferibile: se l’insidia dei Suv e delle Smart o quella che proviene dai possessori di auto di grossa cilindrata. Per non parlare dei motorini che sgusciano da ogni anfratto. Sembra la trama di un film di Sergio Leone. Eppure non siamo nell’Utah e nemmeno immersi tra le guglie della Monument Valley, ma su via Nomentana, sul Lungotevere, a piazza Venezia, tra mandrie di automobili, foreste di semafori e praterie di strisce pedonali. Rumore di clacson, sbuffi di carburante, insulti incomprensibili, ognuno convinto di aver ragione e di essere quindi autorizzato a considerarsi il padrone della strada. Scoccia dirlo, perché nessuno può sentirsi immune da questa anarchia, ma a Roma si ha l’impressione che non contino le regole, ma solo la legge del più forte. Per questa ragione, un attraversamento pedonale ha spesso il sapore di una prova di forza, un duello di fuoco dall’esito incerto. Charles Bronson vs. Henry Fonda. Sergio Leone, appunto.
In sottofondo le musiche di Ennio Morricone. Il pedone attende sul ciglio della strada. Squillo di trombe. Sa che non deve avere titubanze, non deve mostrare incertezze. Piano americano. I suoi movimenti devono essere sicuri, decisi, limpidi, veloci. Attende il momento giusto per passare dall’altro lato. Quando non può farlo in corrispondenza di un semaforo o perché è lontano oppure perché di notte non è attivo, si affida alle strisce, sperando che chi è alla guida, seppur considerandosi in guerra, riservi ancora dentro di sé il rispetto di quelle poche norme che regolano persino i conflitti. Le strisce, appunto come momento di tregua. E invece sempre più spesso accade che siano proprio i pedoni sulle strisce ad avere la peggio. Ad essere presi di mira quasi come birilli. Primo piano. Aspetta l’auto giusta. Dettaglio occhi. Pedone che guarda automobilista, automobilista che guarda pedone. E poi movimenti accelerati, stridore di freni e il silenzio. Stacco, con in sottofondo il rumore del vento che fischia nel nulla. Nei primi tre mesi di quest’anno si calcolano 445 investiti, tra morti e feriti. Un numero che toglie il fiato. Ma non sarebbe meglio a questo punto rendere ancora più estremo il gioco, abolendo definitivamente anche l’illusione di trovarsi su un terreno in cui si è parzialmente garantiti?
Finisce il film e si torna alla realtà. Guardo le macchine sfrecciare sul lungotevere. A che velocità andranno e perché gli autovelox sono solo in agguato sulle statali? Mi viene da pensare che per molti il passaggio dalla playstation all’auto avviene senza soluzione di continuità. E forse provando la stessa ebbrezza. Danno il gas e partono. Vivono tutto come una performance. «Oggi non ho fatto fuori nessuno». La frase ambigua e cinica, diventa innocua e rassicurante se a pronunciarla è qualcuno che ha appena finito di giocare. Il problema è che a volte il mondo ci prepara delle sorprese. E anche se noi non siamo violenti o guerrafondai, non abbiamo rubato e non abbiamo mai fatto nulla di male. Insomma anche se di noi il peggio che si può dire è che siamo dei bamboccioni, rischiamo di trasformarci in pochi attimi in assassini.
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