Lungo il Tevere qualche mese dopo

di Antonio Carbone — 3 marzo 2008

Ma dove sono finite le tende, i giacigli e i rifugi di cartone? Forse, frugando tra i cespugli, le bitte e le cime, sarà possibile trovare ancora qualche scarpa spaiata o  il lembo di una coperta militare. Per il resto non è rimasto più niente. Si intravede solo un igloo sulla sponda opposta. E che fine ha fatto la giovane coppia di romeni, con la loro figlia Roberta di quattro mesi, che fino a poche settimane fa era accampata sotto ponte Umberto I? E nel frattempo lei, che era incinta, avrà partorito? 

Nel frattempo invece qui la perdita è aumentata e il muraglione, ricoperto di muschio,  cambia colore a seconda di come ci arriva il sole. Stamatttina è oro che brilla. A terra i tufi, su cui le gocce cadono, si sgretolano. Ridiventano fango. Terra impastata.  

È rimasto solo lui e sembrebbe non aver nessuna intenzione di andar via. È inutile chiedergli come si chiama. «Non sono nessuno», ripete. Ed è inutile chiedergli pure notizie degli altri. A lui interessa solo provare a salvarti leggendoti qualche passo della Bibbia. Ce l’ha con la Chiesa. Dice che si è allontanata dalla strada indicata da Gesù. Cita il Salmo 53. E poi ti osserva per scrutarne nei tuoi occhi l’effetto.   

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