La scheggia nella toponomastica di Roma: largo Stefano Tachè e il dramma di Gerusalemme e Gaza

di Federico Pace — 10 marzo 2008 — 1 commenti

Scoprire una strada o una piazza di cui non si sa alcunché. Leggere un nome a cui la memoria non sa dare alcun volto. Può capitare soprattutto a chi gira per la città a piedi. E’ questa la città dei camminatori. Un organismo urbano fatto di piccoli vicoli sconosciuti, di strade e piazze attraversate per caso e d’improvviso. Qui, al Ghetto, una guida parla del mercato del pesce di una volta. Ci sono i turisti tedeschi che si chiamano ad alta voce. Ragazze inglesi, giovani francesi e un signore che gira in bici.

Di Stefano Gaj Tachè non sapevo nulla. O non ricordavo nulla. Nella memoria, di questo bambino ucciso quando non aveva ancora tre anni, non trovavo alcuna traccia. Fino a che sono passato qui. Prima lungo il Portico d’Ottavia: i tavolini dove qualcuno mangia un dolce, qualche portone socchiuso e i ragazzetti davanti all’Istituto di cultura che vanno avanti e indietro su una di quelle automobili per gli under 14. Poi, verso la Sinagoga e il Lungotevere. E lì che ho scoperto la targa di Largo Stefano Tachè. C’è scritto: vittima del terrorismo. Il piccolo è stato ucciso il nove ottobre del 1982, il giorno in cui a Roma ci fu l’attentato dell’Olp contro la Sinagoga. La targa c’è solo da qualche mese. E se il Largo lo cerchi sulle mappe di Roma ancora non lo trovi. Lo vedi solo se vieni qui. Tra queste due palme.

Nel cielo, per qualche istante spunta il sole. Poi, subito dopo torna la pioggia. Non si riesce a capire da che parte penderà la bilancia meteorologica. Da quel giorno di sangue sono passati quasi trent’anni. Poco o nulla sembra essere cambiato. Ancora vengono uccisi i bambini nelle scuole di Gerusalemme. Ancora vengono uccisi i bambini nella Striscia di Gaza. Per i motivi di una e dell’altra parte. In questa piazza, sotto questo cielo incerto, è difficile distinguere le ragioni degli uni e degli altri. Più netto e chiaro è il dolore delle vittime. Il loro pianto. La madre di Stefano, all’inaugurazione, ha detto di essere per sempre una “madre ferita”. E’ difficile da districare il filo ingarbugliato della matassa che tiene annodati palestinesi e israeliani. In questa piazza, dove sta infissa questa scheggia nella toponomastica di Roma, sembra solo di capire che nel combattere per qualsiasi idea e per qualsiasi diritto c’è un confine che non dovrebbe mai essere valicato: la vita di un uomo, di una donna e di un bambino.

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Commenti

  1. Scritto da Un passante qualunque12 dicembre 2010 alle 21:06

    Non è difficile districarsi tra le ragioni e i torti se si studia e si abbandonano le ideologie.
    Basti pensare che non esistono bambini musulmani italiani uccisi da terroristi ebrei all'uscita di una moschea. Così come non esistono musulmani uccisi da cristiani usciti dalla moschea. Mentre esistono e a centinaia cristiani (ed ebrei) uccisi da musulmani all'uscita dei loro luoghi di culto...

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