L’Italia di Moro e Berlinguer: avanzi di campagna elettorale su viale Palmiro Togliatti
Non è certo un posto dove venire a passeggiare questo: dall’incrocio con la Casilina per quasi un chilometro, in direzione di Cinecittà, viale Palmiro Togliatti è delimitata su entrambi lati da una rete metallica. Dietro, da un lato, appezzamenti di terreni incolti, in parte colonizzati da robinie dai rami ricoperti da foglioline già verdi e accampamenti rom. Dall’altro, sfasciacarrozze. In mezzo, giusto nello spartitraffico, scorre una improbabile pista ciclabile. Odore di carne sulla carbonella, cani che abbaiano da dietro la rete e fanno una certa impressione. Un gruppetto attraversa la strada trasportando sulle spalle cartoni di birra. Bambini sulle solite biciclette fatiscenti. Passa un vecchio con due baffoni, che ricordano vagamente quelli di Tiziano Terzani, spingendo un passeggino con su una tanica d’acqua. A terra, quello che resta dei manifesti elettorali. Tutti, indistintamente, divelti dagli appositi tabelloni montati proprio per le elezioni.
Poi la rete metallica lascia il posto alle inferriate dei cortili. Palazzi di otto piani. A quest’ora si è già finito di mangiare da un pezzo e si è bevuto pure il caffé. Ragazzi scendono dai condomìni con in una mano gli occhiali da sole insieme al mazzo di chiavi. Sono diretti presumiblmente a portare a lavare l’auto oppure in palestra. Mentre molti di quelli che non lo hanno ancora fatto si apprestano a raggiungere il centro commerciale più vicino per l’approvvigionamento settimanale. Insomma a quest’ora, come in tutte le periferie, si celebra il rito del sabato pomeriggio e hai la netta sensazione che nessuno abbia tanta voglia di parlare delle prossime elezioni politiche. Tanto meno di provare a ricordare quella mattina del 16 marzo del 1978.
Succede proprio quando stai per rinunciarci. Al gruppetto di anziani seduti sul muretto a godersi il sole, che aveva liquidato la questione in poche battute senza manifestare particolari simpatie per nessuno schieramento, si unisce uno che era stato fin ad allora in disparte. Vincendo una certa ritrosia comincia a parlare e in dieci minuti finisce per impartirti la sua lezione di storia. Lucida e rigorosa. Avverti uno spaccato di Italia che non c’è più. Ma non solo. Percepisci pure nelle sue parole quanto abbia ancora a cuore le sorti di questo Paese. Che cos’era se non questo senso di responsabilità a tenere insieme persone diverse per classe, cultura e visione poltica? E che è stato di quel blocco sociale che seppe arginare nei luoghi di lavoro e nelle piazze il dilagare del terrorismo?
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