Quel che si vede dal Quirinale, la messinscena delle elezioni e una piccola visione

di Franco Capra — 28 gennaio 2008

Se guardi verso il Palazzo del Quirinale, se guardi verso quell’edificio che è stato a lungo sede papale, vedi le vetture che arrivano una dopo l’altra. Sono di un colore scuro e dalle portiere pesanti vedi scendere uomini avvolti in cappotti ancor più scuri. Per lo più sono anziani. Vanno spediti verso i loro incontri. Li aspetta il Capo dello Stato. Dentro le stanze è facile immaginarli completamente zitti. Sia l’uno sia gli altri. Fermi come statue. Uno seduto sulla poltrona, gli altri più distanti. Ad aspettare che la finzione di quell’incontro finisca presto. Ritroveranno la voce solo quando, davanti a loro, si schiuderà il mazzo di microfoni e le lenti voraci delle televisioni. Tutti intenti ad offrire a quella entità che si ostinano a definire “il popolo”, piuttosto che “i cittadini”, l’ennesima messinscena di un’altra tornata elettorale.

 

Se guardi verso quella facciata tardo rinascimentale e quel portale del Maderno è facile che vedi passare anche quell’uomo, dai tanti conflittuali interessi, che ha detto, privo di alcun senso civico, che se non si vota subito, porterà immediatamente un fiume di persone nelle strade di Roma. E’ suonata come una minaccia, come un voluto condizionamento. Ma l’uomo che svolge le sue funzioni in questo Palazzo non ha detto nulla. Perduto nei corridoi lunghissimi, intento ad ascoltare il ticchettare dei preziosi orologi celati nelle stanze che affacciano in remoti cortili interni, non ha reagito, come chiederebbe il suo ruolo di garante della Costituzione. Non ha chiesto a quell’uomo claudicante di ritirare quella minaccia. Forse non ha sentito nulla. O ha fatto finta di non sentire.

 

Allora volti le spalle a quel Palazzo, a quell’andirivieni, e a questa piccola farsa di un piccolo paese. Agli errori degli uni e agli interessi degli altri. Volti le spalle agli uomini che arrivano nelle vetture scure, alle loro piccole beghe tese al potere, mascherate dagli interessi del Paese. Volti le spalle all’ennesima finzione di elezioni che non cambieranno nulla. Poggi i gomiti sul travertino consumato dalle mani di chi negli anni si posa, guarda e se ne va. Allora fissi l’orizzonte verso occidente, oltre il limite della piazza, al di là dei tetti con le tegole ancora rosse, al di là di Fontana di Trevi, al di là di Piazza Navona. E mentre guardi, sul finire del giorno, solo per un attimo, ti illudi di vedere una vela bianca che leggera si allontana.

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