Il prezzo di un ombrello

di Antonio Carbone — 14 gennaio 2008 — 1 commenti

Sabato mattina. Sono da poco passate le otto. Piove già da diverse ore. Per strada c’è poca gente. Ci sono più bengalesi che tentano di vendere ombrelli che passanti. Saranno una cinquantina solo su via Nazionale.  Mal vestiti. Indossano per lo più un giubbino, qualcuno calza addirittura delle ciabatte ai piedi.  Facce provate. Sguardi in cui è possibile leggere tutta la miseria da cui sono fuggiti.  

Cinque euro. Alla prima esitazione, il prezzo si abbassa ulteriormente. Quanto rimane loro per ogni ombrello venduto? Chi li rifornisce degli ombrelli? Chi c’è dietro questa vendita capillare, dalla filiera corta, che ha tutta l’aria di essere organizzata? E’ inutile: che si parli di  prostitute minorenni dell’Est sulla Salaria, di lavoratori cinesi negli scantinati, di morti bianche nei cantieri o di qualsiasi altro traffico (dalla droga ai clandestini) si finisce sempre allo stesso punto.  

Forse la cosa più deleteria è l’idea che nel corso di questi anni, subdolamente è passata. E cioè che si tratti di un effetto collaterale della globalizzazione con cui non ci resta che convivere. Ma quanta illegalità può tollerare una città, un Paese?  E ci deve più preoccupare il degrado o l’illegalità di cui il degrado è espressione?     

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Commenti

  1. Scritto da Laura19 gennaio 2008 alle 15:56

    Con la pioggia gli ombrelli, con il sole i fazzoletti di carta, e poi altre chincaglierie offerte ai semafori delle strade in qualunque stagione e con qualsiasi tempo. Degrado ed illegalità vanno a braccetto .... sempre ..

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