Natale a Roma, Achrafieh e l’osmosi
Roma mi aspettava ed io aspettavo lei per abbracciarla con lo sguardo. Era natale del 2000, faceva un freddo al quale non ero ancora abituata, venendo da Beirut dove l’inverno arriva più in là, verso Febbraio. Tutto era nato infatti qualche tempo prima a Beirut. All’improvviso, intorno ad un tavolo pieno di mezzés. Parlava il francese con l’accento divertente, pieno di fascino e quando gli ho chiesto se fosse Italiano, mi rispose: “Je suis romain”. Da lì cominciò il mio viaggio.
Roma, la città museo all’aria aperta, la vedevo da vicino, come se tutte le foto che avevo nella mia testa fossero in un colpo diventate di fronte ai miei occhi, ancora più grandi e vive. Al di là delle sculture, dei monumenti, dei dipinti, della storia nascosta sotto ogni pietra, è stata la luce a colpirmi. Una luce unica che trasforma tutto quello su cui batte in colori che ti riscaldano lo sguardo e ti avvolgono l’anima.
Nelle stradine del centro l’addobbo era molto mediterraneo: alberelli di limone alternati con quelli d’arancia. Un bel effetto di freschezza natalizia. In quei giorni, era come fare scorrere delle immagini di un film velocemente volendo cogliere tutto di quei momenti. La voglia di capire la lingua che non parlavo ancora, mi aiutava a decifrare quello che assomigliava al francese oppure all’inglese. Ma da subito Roma mi é diventata familiare. Come Achrafieh (la zona Christiana al centro di Beirut dove sono cresciuta). In che senso mi diresti ? Ti rispondo: «Achrafieh e Roma sono delle città che ti fanno sentire parte di loro, una città dove più ci vivi e più questa osmosi diventa grande».
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Commenti
Scritto da Emilia — 17 ottobre 2010 alle 15:17
Leyla ti riconosco anche in ciò che scrivi: è bello come ciò che pensi. Ciao, mia cara.
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