L’al di là del muro e le chiese: la prima volta a Roma
Era il dicembre del 1990. Ad un anno dalla caduta della Cortina di Ferro – evento che, per noi romeni, si traduceva nella caduta del regime dittatoriale comunista e nel ritorno alla libertà perduta in seguito all’occupazione sovietica – ero venuto in Italia insieme a mia madre e a mio fratello, per una visita di famiglia. Era il mio primo viaggio nell’Europa occidentale, cioè in quel che noi chiamavamo il “mondo libero” o semplicemente il dincolo (termine che, letteralmente, vuol dire “al di là”). Il dincolo, l’al di là, indicava lo spazio oltre la Cortina di Ferro, oltre il lager dei paesi socialisti all’interno del quale ci trovavamo da più di quarant’anni di matrimonio forzato. (Più che di matrimonio, si potrebbe parlare di un “harem” di paesi sudditi del “Sultano” sovietico!).
La prima città italiana visitata fu Venezia, raggiunta con un treno che ancora esisteva a quei tempi: l’espresso Belgrado-Venezia. Esisteva, del resto, anche la Jugoslavia. Arrivammo la mattina, e così avemmo il tempo per visitare con calma la città lagunare, in una giornata fredda ma soleggiata, prima di proseguire, la sera, con un altro treno verso sud. A Roma trascorremmo solo una parte del pomeriggio. Eravamo arrivati anche qui in treno, e dalla stazione Termini iniziammo a esplorare le vie che portano verso il centro. Fummo colpiti, soprattutto, dall’onnipresenza delle chiese e della loro monumentalità. Venendo da un paese ortodosso, le cui chiese sono per lo più di piccole dimensioni, le chiese barocche e le grandi basiliche cattoliche ci impressionavano per la loro possente presenza.
Poiché non avevamo molto tempo a disposizione prima della ripartenza, tornammo nella zona di Santa Maria Maggiore, dove ci fermammo a fare un po’ di acquisti nei negozi di articoli religiosi; negozi che a noi, appena usciti dal “paradiso” dell’ateismo di stato, sembravano piuttosto esotici. Entrati nella grande basilica mariana, sperimentammo uno stato d’animo insolito, che consisteva nel sentirsi molto piccoli rispetto a quel grande, silenzioso e semioscuro spazio sacro che comunicava il mistero cristiano del Divino. Ero stato anche in Romania in altre chiese cattoliche, ma mai in una basilica di simili dimensioni. E nemmeno in un luogo così pregno di storia, in cui si poteva respirare l’atmosfera “stratificata” del cristianesimo occidentale, dai mosaici paleocristiani fino alle strutture barocche o neoclassiche dell’ottocento. Roma intera era, in quel momento per me, la rivelazione della storia millenaria dell’Europa e, insieme, della forza secolare del cattolicesimo.
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Commenti
Scritto da Norbert Kuenkler — 27 gennaio 2011 alle 19:10
Bellisssima visione, che ha la forza di lasciare intravvedere un'idea di Europa oggi troppo poco presente nelle coscienze degli europei, ma che evidentemente sorge spontanea nel cuore di chi è stato privato per anni del suo autentico colore e del suo profumo. Va detto che essa esprime anche un'idea di cultura in cui il preconcetto antireligioso ha una diversa presa, laddove gli europei occidentali sembrano viziati da una libertà che non comprendono bene e di cui sottovalutano perciò il radicamento nel passato e nel futuro dell'Europa stessa.
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