Il caravanserraglio di Roma: domenica mattina alla stazione dei pullman di Tiburtina pensando alla morte dei quattro operai di Torino

di Antonio Carbone — 10 dicembre 2007 — 1 commenti

E’ la prima vera giornata d’inverno. Il clima è rigido e il cielo, lattiginoso, si estende  su tutta la città come un soffitto di plexiglass. Si ha la sensazione che se più tardi pioverà, la pioggia trasuderà direttamente da questo sottile strato opalescente. Come una perdita. Ma sono già un lusso questi pensieri. C’è da immaginare che molti di coloro che sono appena arrivati oppure sono in procinto di partire per passare Natale a casa, non abbiano tanta voglia di condiverli.  

Chi anche solo una volta ha visto qualche fotografia in bianco e nero scattata nella stazione di Torino Porta Nuova, negli anni Cinquanta e Sessanta, ci mette poco a risvegliare dentro di sé ricordi antichi. Fatti di altrettante valigie, borsoni e scatoloni. Come se si trattasse sempre dello stesso carico, sovradimensionato rispetto alle forze. Materia e memoria. Dura come il lavoro che da sempre attende i migranti. Non sono passate ancora quarantottore dalla morte del quarto operaio delle acciaierie di Torino. Mi viene da pensare che mentre lì si consumava quella tragedia, un uomo mi raccontava degli anni passati lontano dalla sua terra, la Sardegna, prima nelle miniere di carbone in Belgio e poi in fabbrica in Germania. Ha finito la carriera alla Magneti Marelli di Sesto San Giovanni. «Non è più quella di una volta, Milano. E’ diventata razzista!» gli scappava da dire ogni tanto.  

Anche starsene qui, in questo piazzale che più che una stazione di pullman ricorda  un caravanserraglio da dove le partenze sembrano tutte per la stessa destinazione, verso Est,  è un modo per manifestare una forma di solidarietà. Inconfessabile eppure necessaria. Sicuramente di più di tante belle parole. Penso a quelle dette da Fassino intervendo nel pomeriggio al programma dell’Annunziata che a modo suo un po’ di pepe ha cercato di metterlo nella discussione invitando anche il segretrario della FIOM, Gianni Rinaldini. Alla fine però tutti e tre si stupivano della stessa cosa e cioé del fatto che da anni, come per incanto, dalla televisone sono scomparsi gli operai. E’ stato estremamente facile stupirsi del loro stupore.                  

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Commenti

  1. Scritto da peppe18 dicembre 2007 alle 14:59

    Il fatto e' che le storie semplici degli operai, fatte di lavoro e di vita normale, in televisione non fanno ascolto.
    La TV li ricorda solo se sono oggetto di fatti di cronaca, magari "nera".
    Un operaio ha ammazzato qualcuno, oppure e' morto in qualche incidente sul lavoro.
    Mai che qualche giornalista si ponesse il problema delle condizioni di lavoro in cui si trovano molti lavoratori. Vedi il caso di Torino.
    Ma del resto che la Tv รจ diventato un "contenitore vuoto" lo sapevamo da un po'.
    Comunque bel servizio.

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