Le periferie, il Mandrione e quando nelle baracche ci vivevamo noi

di Monica Pietrangeli — 12 novembre 2007 — 6 commenti

Fino a metà degli anni settanta lungo la via del Mandrione, sotto gli archi dell’acquedotto chiusi con mezzi di fortuna, vivevano comunità rom ma anche emigranti del sud Italia che arrivavano nella capitale in cerca di lavoro. Le spesse volte delle mura antiche offrivano riparo e calore; la terra, di là della strada senza asfalto, era suddivisa in piccoli orti e sul terrapieno di fronte alle mura nascevano baracche improvvisate. La storia di questo agglomerato urbano spontaneo era iniziata nel 1944, quando gli sfollati vi si erano rifugiati dopo il bombardamento di San Lorenzo.

“... Ricordo che un giorno passando per il Mandrione in macchina con due miei amici bolognesi, angosciati a quella vista, c’erano, davanti ai loro tuguri, a ruzzare sul fango lurido, dei ragazzini, dai due ai quattro o cinque anni... Correvano qua e là, senza le regole di un giuoco qualsiasi: si muovevano, si agitavano come se fossero ciechi, in quei pochi metri quadrati dov’erano nati e dove erano sempre rimasti, senza conoscere altro del mondo se non la cassettina dove dormivano e i due palmi di melma dove giocavano. Vedendoci passare con la macchina, uno, un maschietto, ormai ben piantato malgrado i suoi due o tre anni di età, si mise la manina sporca contro la bocca, e, di sua iniziativa tutto allegro e affettuoso ci mandò un bacetto. ... La pura vitalità che è alla base di queste anime, vuol dire mescolanza di male allo stato puro e di bene allo stato puro: violenza e bontà, malvagità e innocenza, malgrado tutto.” (Pier Paolo Pasolini, Vie Nuove, maggio 1958)

Oggi il Mandrione è una strada di passaggio. Di quei rifugi sotto gli archi restano macchie sbiadite di intonaco, il terrapieno coperto da un prato incolto e, dietro le mura, uno spaccato di Roma grazioso e ordinato: campagna coltivata e piccole case, pochi passanti, silenzio. Di quelle vite di allora più nessuna traccia, se non nel ricordo di alcuni anziani abitanti. Altri luoghi accolgono i nuovi poveri della terra, altre baracche crescono senza ordine lungo gli argini del fiume o nelle parti più nascoste delle periferie romane. E oggi come allora nessuna scorciatoia repressiva è in grado di alleviare il dolore che quelle vite incarnano e che inevitabilmente si riversa nelle nostre.

Immagini

Commenti

  1. Scritto da ZonaLais12 novembre 2007 alle 12:25

    Di quel periodo triste resta una agghiacciante canzone di Pasolini:
    http://zonalais.altervista.org/index.php?entry=entry070518-135801

    Purtroppo ancora oggi ci vivono persone allo sbando, basta guardare il tratto iniziale dove fino a qualche anno fa' c'era un cavallo lasciato a pascolare ora c'e' una baracca, ed anche alla confluenza del ponticello con la strada che porta all'acqua bullicante ci sono persone accampate.
    A breve ci dovrebbe essere un intervento del IX Municipio come descritto nel documento (http://www.riqualificarepartecipando.it/documentazione/assembleaplenaria.pdf) prodotto al termine dell'iniziativa Riqualificare Partecipando (http://www.riqualificarepartecipando.it/).
    ZonaLais

  2. Scritto da Ale12 novembre 2007 alle 23:25

    Ammiro molto Pasolini, di cui ho letto gran parte dell'opera letteraria, inclusi quei romanzi come "Ragazzi di vita" e "Una vita violenta", che descrivono così bene la realtà del sottoproletariato romano di quegli anni, tuttavia non trovo analogie con la situazione delle baraccopoli attuali di Roma, poiché non è rimasto più nulla di quel lato un po anche "romantico" di situazioni vissute in un contesto politico, sociale e antropologico, quello degli anni '50 e '60, dove si viveva anche nella speranza di una ricostruzione, quella del dopoguerra, che prima o dopo avrebbe portato almeno un minimo di benessere o per lo meno di speranza a tutti. Non c'era la violenza gratuita, orribile, sprezzante dei nuovi baraccati che fanno prostituire anche le proprie mogli o figlie per la loro avidità e perché hanno molto meno rispetto della vita umana e di una gerarchia di valori che nel mondo descritto da Pasolini esisteva ancora. I baraccati di Pasolini non drogavano o storpiavano i propri figli e se li portavano ai semafori, cercando ipocritamente di commuovere la gente per estorcene denaro; non violentavano una donna e poi la buttavano in un fosso e soprattutto era gente che veniva dal nostro sud e che se rubavano, lo facevano per fame e non come atto gratuito. I baraccati di Pasolini, anche nella loro miseria, avevano almeno una dignità e non erano subumani e disumani come quelli attuali, che tra l'altro ci sono stati imposti da manovre politiche ipocrite e fasulle.

  3. Scritto da monica13 novembre 2007 alle 15:23

    Chissa' se il signore che ha scritto, a parte leggere i libri di Pasolini (oltretutto basta leggere per capire?), ha mai parlato con chi in quelle condizioni ha vissuto. Chissa' cosa ne penserebbero, di quel presunto lato romantico delle baraccopoli nostrane, le donne costrette dai loro italianissimi uomini a fare la cosiddetta "vita", allora come oggi picchiate e stuprate. O quelle che mettevano al mondo figli uno appresso all'altro e magari, allora come oggi, qualche figlio se lo vendevano pure. O quei ragazzini nati con la vita segnata, che si rotolovano romanticamente nel fango e che incarnavano cosi' bene il male puro da morire come mosche di violenza e malattie.
    Vorrei poi ricordare al nostro lettore che le donne magari venissero stuprate e gettate in un fosso soltanto da qualche criminale incontrato per la strada! Si tratterebbe di cronaca, brutta e nera, ma cronaca. Invece, purtroppo, la violenza e' per le donne la maggiore causa di morte e quella morte e avviene prima di tutto tra le pareti di casa. E' endemica, nei paesi industrializzati come in quelli in via di sviluppo. E non conosce differenze sociali o culturali: le vittime e i loro aggressori appartengono a tutte le classi e a tutti i ceti economici. Secondo l'Organizzazione mondiale della sanità, almeno una donna su cinque ha subito abusi fisici o sessuali da parte di un uomo nel corso della sua vita. E, come si può verificare anche solo aprendo le pagine di cronaca dei quotidiani, il rischio maggiore sono appunto i familiari, mariti o ex mariti, padri, seguiti a ruota dagli amici: vicini di casa, conoscenti stretti e colleghi di lavoro o di studio.
    In quanto alla fame: noi siamo stati emigranti, non solo i meridionali verso i nostri nord, ma tutti, meridionali e settentrionali, verso altre terre, altri paesi. E lo siamo stati per fame, quella vera. E siamo stati rinchiusi nei campi di concentramento in Australia, visitati come bestie da mandria nei civilissimi centri di Ellis Island. Fa male ricordarlo, ma dimenticare e' un crimine inaccettabile.

  4. Scritto da da Federico13 novembre 2007 alle 16:50

    Quando un paese si trova a dovere fare i conti con immigrazioni "grandi numeri" accade sempre che accadano dei problemi. Il modo in cui si gestiscono questi problemi fanno capire se una democrazia è matura e capace. Certo, questi problemi non si risolvono se i politici fanno dichiarazioni demagogiche ("tutti fuori" o "tutti dentro", "tutti cattivi" o "tutti buoni") e adottano una politica incapace. Incapace di gestire fenomeni spesso più grandi di loro. Si dice che le autorità delle grandi città (poteri locali) non ce la fanno a gestire questi problemi, perché questi problemi sono globali. Per questo però si chiede a chi gestisce la cosa pubblica e ai cittadini (che la cosa pubblica anche incarnano in altre forme) di sapere ascoltare e distinguere. Di resistere alla tentazione di provare soluzioni immediate (che sollecitano istinti primari) ma inefficaci. Chi gestisce i problemi non deve pensare che si risolvono questi fenomeni erigendo alte mura. Nè tantomeno parlando di accoglienza e basta. Si chiede ai cittadini e a chi gestisce la cosa pubblica di fare uno sforzo e ospitare nelle stanze della propria mente sia l'idea che si deve accogliere, sia l'idea che si deve punire. Si chiede di esercitare la mente a sapere guardare bene dentro casa propria e fuori di essa.
    Barbara Spinelli sulla Stampa ha raccontato che in Italia sono arrivati un ingente quantità di rom dalla Romania perché questa li ha espulsi venendo meno a una serie di regole dell'Unione europea. Li ha privati del lavoro, della casa, del diritto alla cittadinanza. Conto di questa cosa si deve (e si doveva) chiedere al governo romeno. Della sua incapacità di stare in Europa.
    Ai primi del '900 le ondate di immigrati italiani negli Stati Uniti facevano paura. Tanto che si discuteva della moralità del popolo italiano, così come oggi si discute della moralità dei romeni. Agli italiani che finivano in un processo, pure se innocenti, gli avvocati consigliavano di dichiarsi colpevoli perché così era più facile difenderli. I giudici statunitensi pensavano che ciascun italiano girasse sempre con un coltello.
    A ciascuno si chiede di sapere valutare ciascun caso per quello che è. Nelle democrazie la responsabilità di un reato è prima di tutto individuale. Non di un popolo.
    Se interessa, sul sito del New York Times si possono leggere degli articoli molto interessanti dell'epoca. Riporto sotto solo alcuni link:
    http://query.nytimes.com/gst/abstract.html?res=9A02E1D71E3BE631A2575BC2A96E9C946597D6CF
    http://query.nytimes.com/gst/abstract.html?res=9B04E7D9113DE433A25755C0A9669D94649ED7CF
    http://query.nytimes.com/gst/abstract.html?res=9D0DEEDF1438EF32A25756C1A9669D946497D6CF
    http://query.nytimes.com/gst/abstract.html?res=9801E5DD1430E233A25753C2A9649C946196D6CF
    http://query.nytimes.com/gst/abstract.html?res=9F0DE0D7143DE733A25755C1A9659C946897D6CF

  5. Scritto da Ale15 novembre 2007 alle 00:37

    Si si.........bla bla bla bla bla bla bla....... la colpa è dei fratelli, dei fidanzati, dei mariti, dei nonni, dei cugini, dei bisnonni, dei nipoti, ok......bla bla bla................anzi forse la poveraccia uccisa a Roma, l'uomo ucciso nella pista ciclabile da 2 rom, la coppia in Veneto barbaramente seviziata e trucidata e tanti altri, forse erano xenofobi e razzisti e poi la colpa è sempre dei mariti, dei padri, dei fratelli e bla bla..... dopotutto la nostra colpa è di esistere e di essere nati nel mondo occidentale per cui gli zingari, poverini, hanno tutto il diritto di ammazzarci, che scherziamo, tanto gli stupri avvengono anche fra le mura domestiche.... ma mi faccia il piacere, come diceva Totò !!!

  6. Scritto da Federico15 novembre 2007 alle 08:18

    caro ale qui non c'è alcun "bla bla bla".

Scrivi un commento

Anteprima del commento