Bergman e Antonioni se ne sono andati insieme

di Antonio Carbone — 1 agosto 2007 — 2 commenti

Non sarà solo perché oggi è il primo di agosto, il motivo per cui non è arrivata molto gente stamattina a rendergli l’ultimo saluto nella camera ardente allestita in Campidoglio. Altra cosa rispetto alla folla di persone del giorno in cui morì Alberto Sordi. Del resto, nonostante all’estero sia da sempre considerato un maestro, non ha mai goduto di una grande popolarità in Italia.

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Anche questo è un sintomo dei tempi che viviamo. In cui è facile far passare per palloso – anche Risi si è espresso in questi termini a proposito dei suoi film – qualsiasi cosa richieda uno sforzo di concentrazione. Chi lo trova pesante è perché, probabilmente, è incapace di apprezzare la fisicità delle sue immagini. La profondità dei suoi campi in cui a volte i personaggi rimangono in silenzio. Muti come oggetti o elementi del paesaggio.

C’è un modo molto semplice per riconoscere una sequenza di un suo film. Notare il modo in cui entrano ed escono i personaggi. Si tratta di un tempo morto, quasi mai tagliato in fase di montaggio, prezioso perché rivela ciò che c’era prima e ciò che rimane dopo la nostra scomparsa dalla scena.

Immagini

Commenti

  1. Scritto da Sara Dacci 5 agosto 2007 alle 18:05

    Mi trovo in accordo con quanto e' stato scritto,Continuo se posso , Tonino Guerra lo definisce un' uomo che abbelliva le cose.
    "Un Cinema muto di cui da tempo ci si e' dimenticati!" ha detto di lui Mario
    Monicelli e ha aggiunto, "volevo essere come Antonioni, lui era come un isola".
    Un' isola aggiungo io da omaggiare e ricordare.
    Antonioni giustamente se va' e ci lascia immagini delicate, colori e talento versato e sparso ovunque a piene mani.
    Di nuovo un sentito grazie ad Antonioni per averci insegnato qualcosa senza retorica e bolle di sapone.
    Sara

    saradacci@libero.it

  2. Scritto da stefano di Roma25 agosto 2008 alle 10:52

    Il vostro vizietto da conventicola chiusa e sterile vi relega sempre ai margini.
    Quello che non capisco, anzi capisco, e non accetto è questo giochino del bravo critichetto(?) che rifugge la cultura per un malinteso senso di rifiuto di ciò che appartiene al popolo...di cui lo stesso fa parte.
    Magari scrivendo piccoli pensieri che durano il tempo di un attimo e per questo destinati a sparire.
    Però come diceva, scriveva, l'artista di New York dalla sua Factory un piccolo momento di celebrità va data a tutti...certo inevitalbimente si diventa nulla siderale,polverina cosmica, davanti alle figure che han fatto il cinema...e per questo amate ed omaggiate dalla gggente che ascolta col Cuore ed anche con l'intelletto...ma questo forse per il Sig. Carbone da attento critico non riesce a capirlo...manca il cuore.
    Forse bisognerebbe impegnarsi un pò nei cantieri o nei lavori stradali viste le condizioni in cui versano le strade di Roma...e dio mano ad opera ne serve molta.
    Ciao Stefano

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