L'arte involontaria dei negozianti cinesi
Entro ferragosto il 75% dei 400 negozi cinesi dell'Esquilino, cioè circa 300, cambierà le insegne mettendo in alto la scritta in italiano e sotto quella in cinese. Basterà questo particolare a tranquillizzare quelli che si sentono assediati dalla loro presenza?
Come ricordava il sindaco di Roma, in occasione dell’accordo tra il Campidoglio e la Comunità cinese, su 23000 attività commerciali presenti nel quartiere quelle cinesi rappresentano solo il 2,6%. Resta il fatto però che essendo prevalentemente deserte, diano adito alle più disparate supposizioni. Vedere, infatti, negozianti e commessi preoccuparsi così poco della loro inoperosità è insolito. Almeno per un paese come il nostro sempre in ansia per quanto si spende. E’ di questi giorni l’allarme dell’ISTAT che dice che i consumi in Italia nel 2006 sono stati sostanzialmente stabili.
C’è poi un altro aspetto che colpisce di questi negozi. Involontario ma che non può sfuggire a chi li osserva da fuori. Soprattutto quelli di abbigliamento con i manichini sulla soglia. Quando vengono inondati dagli ultimi raggi di sole, sembrano delle installazioni che fanno venire in mente Sironi e De Chirico. Fantasmi. Apparizioni. E’ possibile leggerci tutto l’estraneità e l’alienazione di chi tra quelle quattro mura ci passa presumibilmente intere giornate senza mai vedere entrare un cliente.
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Commenti
Scritto da vincenzo frenda — 13 luglio 2007 alle 22:04
i manichini all'entrata dei negozi cinesi non sono altro che cariatidi e non è così fuori posto il loro sorreggere il peso di quell'economia così vicina alla schivitù. proprio come le statue all'ingresso dei templi non servono a nulla, se no nelricordare la triste esperienza della loro vita.
Scritto da Flavio — 23 luglio 2007 alle 12:21
Vincenzo, l'economia cinese non è poi così diversa dalla nostra. Lo sfruttamento del lavoro salariato è comune a entrambe. La differenza sta nel fatto che i paesi occidentali hanno potuto investire i propri i capitali in Cina e vivere come parassiti sul lavoro degli schiavi di cui tu parli.
Scritto da vincenzo — 27 luglio 2007 alle 19:43
mi spiace flavio, ma questo commento veterocomunista non è per nulla fondato. se parli di ideologie può darsi, ma se parliamo di realtà, che conta ben di piu di ogni ideologia, affermare che un operaio cinese che vive in uno scantinato dell'esquilino sia sfruttato allo stesso modo di un operaio fiat, luxottica, o dell'ultimo call-center è assolutamente e oggettivamente falso. se non la pensi così prova a scambiarti, qualunque occupazione tu abbia, con un operaio cinese. e buona fortuna
Scritto da Flavio — 27 luglio 2007 alle 23:31
Ciao Vincenzo, grazie della risposta. Volevo appunto dire che l'operaio FIAT non è sfruttato allo stesso modo proprio perché anche lui è partecipe del parassitismo ai danni di paesi come la Cina. Riceve le briciole dei proventi dell'esportazione dei capitali occidentali e si illude, come te, di vivere una realtà diversa a causa del benessere materiale temporaneo.
Scritto da vincenzo — 4 agosto 2007 alle 09:30
caro flavio, la tua presunzione personale mi pare quantomeno inappropriata. in che modo e di cosa io mi illuda non spetta a te dirlo. la tua visione da comunismo in formalina poco si adegua alla realtà umana.
poi se l'operaio fiat, attraverso la propria economia nazionale, sfrutta quello cinese, il cinese a sua volta, sfrutterà qualcun'altro in una logica inevitabile, da sempre insita nei movimenti dell'umanità, che ci piaccia o meno.
se vuoi prova a prendertela con il leone perchè insiste sulla gazzella. quanto alle realtà diverse detto dietro un computer e una connessione veloce forse le realtà possono sembrare illusorie, ma quanto la fame si fa sentire, quello che non può placarla stai sicuro che l'avverte la differenza determinata dal "benessere materiale temporaneo". Temporaneo come la vita mia e tua.
Scritto da Antonio — 4 agosto 2007 alle 13:25
Ma di che cosa stiamo parlando? E soprattutto su cosa stiamo polemizzando? Non siamo affatto noi i primi a scoprire come stanno le cose per quanto riguarda la produzione in Cina e di come vanno le cose qui in Occidente. Forse che la nostra "democrazia" così come quella del mondo classico greco, tanto osannata, non ha bisogno dei suoi schiavi? E ha senso stabilire chi lo è di più e chi di meno? In ogni caso quello che ho cercato di fare nel mio pezzo non era una analisi ispirata al materialismo storico. A me interessano le tracce, i segni di ciò che di sprituale è ancora possibile individuare nella materia. Mi interessa cogliere l'atto in cui la materia si spiritualizza. In questo senso i manichini dei negozi cinesi mi hanno comunicato qualcosa. Sono vivi, materia pulsante. Ravvivati dalla luce del sole. Materia allucinata, come le madonne che improvvisamente qualcuno scopre in lacrime. Insomma a me bastano questi manichini per immaginare tutto ciò che è nascosto nel retrobottega di questi negozi deserti, fino ai luoghi più dispersi della Cina.
Scritto da vincenzo — 4 agosto 2007 alle 20:48
Caro Antonio questa polemica su temi così difficili e importanti è sicuramente una delle poche forme che credo vadano preservate. solo che non bisogna abbandonarsi alla presunzione di avere strumenti superiori di analisi. ognuno dice la sua e basta. nessun illuso, nessun pensiero dominante. quando ai cinesi, anche loro stanno costruendo un mondo come il nostro dove tenteranno di sfruttare qualcun'altro. Potremmo dire che è ingiusto, ma come dici tu, caro Antonio, da sempre e anche nelle società più virtuose è sempre stato così. Quello che possiamo augurarci è che i cinesi, che si badi bene a Roma sono sfruttati da altri cinesi e non occidentali, possano arrivare ad avere le stesse garanzie nostre, con la consapevolezza che per questo dovremmo cedere qualcosa, che abbiamo, che diamo probabilmente per scontato, e che probabilmente vale più di qualche diritto formale a cui ci appelliamo, forti dei nostri diritti di sfruttamento sul prossimo.
Scritto da Antonio — 4 agosto 2007 alle 22:14
Sono d'accordo.
Allora, quando ti decidi a collaborare con noi?
Scritto da Enrico — 20 agosto 2007 alle 09:07
Ma non dovremmo una buona volta ripensare dalle basi queste presunte "garanzie nostre"?
E' evidente che almeno tendenzialmente il modello cinese (ossia di sfruttamento massiccio e totale della vita umana ai fini della produzione) è il modello oggi come oggi vincente a livello globale, e non è, tendenzialmente, così diverso dal nostro: non occorre andare troppo lontani per trovare persone che fanno due o più lavori, che vivono in case sovraffollate, che svolgono lavori noiosi ripetitivi: il punto è che sta passando sempre più l'idea che il lavoro è un mezzo per guadagnarsi i soldi per vivere, per pagarsi il tempo libero: ecco allora tutte le polemiche e le lotte per l'aggregazione, ed ecco che poi ci si trova a scoprire che il fiume è ancora una soglia tra festaioli serali e chi, sotto le stelle, ci dorme sempre.
Non si tratta di veterocomunismo, ma di cercare di rimettere in piedi le immagini, di sviluppare le fotografie, per riprendere un'immagine classica.
Abbiamo fin troppe consolazioni.
Quanto al sospetto sui negozi dei cinesi: che la microeconomia nel mondo sia strutturata su un modello sostanzialmente mafioso mi sembra passabile, come tesi? E vogliamo stupirci proprio noi italiani, che qualcosa ne sappiamo di certo? Proviamo a parlare che qualche vecchio emigrante, e a farci raccontare cos'era un quartiere italiano a Parigi o in Argentina, qualche decennio fa...
Scritto da ringhio — 27 agosto 2007 alle 13:55
insomma, antonio e vincenzo l'hanno finita a braccetto?
Scritto da antonio — 28 agosto 2007 alle 09:10
A proposito della linea di confine sempre più impalpabile tra economia legale e economia illegale, segnalo un inchiesta sull'ultimo numero di "Internazionale" di Christian Tenbrock (Die Zeit).
Vale la pena riportare le conclusioni: "Secondo Hetzer (consulente dell'Ufficio europeo per la lotta antifrode), la criminalità organizzata mondiale, con la sua sfrenata brama di profitti, altro non è che l'espressione ultima del capitalismo globale deregolamentato. Forse è ora di focalizzare meglio l'aspetto economico della lotta contro il crimine, pensando più alla legge della domanda e dell'offerta e meno al rapporto tra delitto e castigo."
Scritto da vincenzo — 2 settembre 2007 alle 20:15
ma la disputa, caro ringhio, non era con Antonio, con cui vado a braccetto al caffè Illy appena una nuova torta fa bella mostra di se in vetrina. Quanto ai cinesi il contrappasso è lavarci i denti con il piombo dei dentifrici, intossicare i nostri figli con la Barbie pechinese e via dicendo, meritandoci questo castigo per dirla con il saggio Antonio.
Scritto da antonio — 3 settembre 2007 alle 10:02
Mi sa che da questa settimana ci vedremo spesso da Illy. Intanto si aspettano proposte per magazineroma.
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