Largo Argentina, quel che resta di una pensilina
Nel bel mezzo di largo Argentina, proprio davanti a una nota libreria, sta da qualche tempo una nuova pensilina. La ricopre un lungo tetto di cristallo che si imbrunisce con i raggi del sole. Dentro, lì sotto, se ci getti lo sguardo, ci puoi vedere le facce di chi ha provato a sedersi e aspetta. Ci vedi volti di colombi accigliati che stanno disposti in fila. Non dicono nulla. Prendono confidenza. Quasi si sentono a disagio. Sarà che ci sono solo cinque posti.
Qui pare un porto. Tanti quelli che passano, tanti quelli che si fermano. Chi aspetta un autobus sbircia i nomi delle fermate contro la luce del sole. In alto sulle paline che si innalzano verso il cielo. Qualcuna chiede informazioni. Qualcun altro si lamenta. Le solite storie. I bus, dice, non arrivano mai. Altri, più fortunati, aspettano un amore. Le ragazze, pure loro, arrivano in ritardo ma sorridono quando poi attraversano la strada per raggiungerti. I volontari di qualche organizzazione internazionale ti parlano di tragedie planetarie. Se hai qualche euro e un po’ di cuore puoi aiutare qualcuno.
La gente sta in piedi sul ciglio del marciapiede. Cerca prima possibile di scorgere la nave stanca che li porta a casa. Se ne avvicina una che pare una cicciona ubriaca. Ondeggia da destra a sinistra, tanto è il carico. Quando s’accosta, sbuffa e poi apre le porte. La gente scende di fretta. Qualcuno sale. Per un attimo, il marciapiede pare quasi svuotarsi. Un uomo, che era rimasto a lungo in piedi, a un passo dalla pensilina senza sedersi, si è stancato di aspettare. Chiude il giornale, guarda il cielo e va via. La pensilina sembra un giocattolo elegante. O piuttosto un oggetto simbolico che ha perduto la sua funzione. L’impronta di una cosa che era in passato e che ora non è più.
- Federico Pace è autore del libro Senza volo (Einaudi)
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Commenti
Scritto da Emma — 30 maggio 2007 alle 13:01
del poetico di una pensilina
anche di fronte a casa mia ne hanno messa una pochi giorni fa. Non capivo, fino alla lettura di questo articolo, che cosa risvegliasse in me: gli operai a lavoro per installarla, giorno dopo giorno, e poi finalmente eccola, quasi una persona, li' eretta in attesa di qualcuno da accogliere; una compagnia per me la mattina quando esco di casa e vado in ufficio: turisti, impiegati, studentesse ad aspettare; chi legge, chi sbuffa, ma finalmente ora c'e' un tetto e la fermata sembra meno vuota.
Scritto da Martina — 30 maggio 2007 alle 21:44
Mi sembra bella (speriamo che il vetro rimanga pulito o che qualcuno lo pulisca), forse insufficiente per tutte le persone che come dici affollano Largo Argentina in genere, ma comunque in caso di piogga qualche persona potra' ripararsi..
Ciao,
Martina
Scritto da vincenzo frenda — 31 maggio 2007 alle 12:56
la nuova pensilina è solo il pretesto offerto alle italiche genti per protestare ancora. perchè gentile e preparata si offre alle critiche di chi la trova troppo piccola o troppo grande, troppo moderna o troppo trasparente o ancora troppo affollata. siamo un popolo di "protestatori" e questo distoglie l'attenzione dal pensiero su dove stiamo andando. se solo ci soffermassimo un attimo sarebbero davvero dolori, e rovesciare la responsabilità su una pensilina sarebbe allora impensabile.
Scritto da federico — 31 maggio 2007 alle 22:01
ciao emma, martina e vincenzo...
per emma: hai mai provato a fermarti e sederti un attimo sulla pensilina davanti casa tua?
per martina: per la pioggia hai ragione, sono stato tutto il tempo a cercare di capire il perché di quel tetto di cristallo così sovramisura rispetto ai posti a sedere...
per vincenzo: quel che volevo dire è che a Roma (come in molte altre città) sembra crescere il numero degli oggetti in cui prevale la funzione simbolica a scapito di quello più immediato e originario che è quello del suo uso. Per una panchina pare quasi un paradosso. non trovi? Una pensilina volutamente così "minuta" in un punto così carico di gente mi pareva una sintesi quasi perfetta...
Scritto da Emma — 1 giugno 2007 alle 13:31
su altre pensiline, anche solo a leggere, senza dover per forza aspettare un autobus.
Scritto da vincenzo — 15 giugno 2007 alle 00:44
beh meno posti a sedere ci sono più posti in piedi si creano, credo che la filosofia sia quella. il problema poi non è come lo si aspetta l'autobus, ma quanto. sempre tenendo conto che il viaggio è meglio dell'arrivo.
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